Antonella Tomaselli e Massimo Vacchetta [INTERVISTA/16]

Antonella Tomaselli e Massimo Vacchetta [INTERVISTA/16]

Massimo Vacchetta
Buongiorno Massimo, grazie per esser riuscito a ritagliare del tempo per noi. Vorrei iniziare con qualcosa di classico, giusto per prendere un po’ di confidenza. Parlaci un po’ di te.
Vivo in Piemonte, a Novello. Sono un veterinario e quando ho cominciato a lavorare mi son prevalentemente occupato di bovini. Sono da sempre appassionato di natura e animali. Ora gran parte del giorno e della notte la dedico ai ricci, piccoli animali selvatici a rischio di estinzione.
Perché sei diventato un veterinario?
Da ragazzo ero indeciso, volevo fare l’astrofisico, ma mi stuzzicava pure dedicarmi a degli studi d’arte. Però, come si leggerà anche nel libro, prevalse il desiderio di dedicarmi agli animali.
Come mai ti sei dedicato ai ricci?
Proprio per caso. Tutto è cominciato quando ho incontrato Ninna, una riccetta spettinata, che ha mosso qualcosa dentro di me: la compassione. Ninna, inevitabilmente, ha catturato il mio affetto. Mi è stata affidata da un collega: era una cuccioletta di appena 25 grammi, nata da poco e completamente sperduta. Ho fatto il possibile per aiutarla a sopravvivere… All’epoca non sapevo nulla di ricci e ho seguito le indicazioni degli esperti, un po’ il buon senso. Le davo il latte ogni tre ore e tra una “poppata” e l’altra come non innamorarsi di lei? Era bellissima, tenerissima e così indifesa…
Quanto è stato difficile lasciare andare Ninna?
Tantissimo. E’ stata una decisione molto contrastata. Sapevo che ormai era pronta per ritornare in natura e che se la sarebbe cavata, ma non riuscivo a staccarmi. Da una parte mi frenava l’estremo attaccamento a lei, dall’altro un animale selvatico per essere felice deve essere restituito al suo habitat naturale. E io ho scelto la sua felicità. L’ho liberata in un posto bellissimo, che chiamo il «Paradiso», dove avrebbe trovato tutto quello che le serviva. Non l’ho più rivista da allora, ma spero ancora che possa succedere. Chissà…
Cosa vorresti trasmettere al lettore?
La mia passione, il mio entusiasmo, il mio amore per gli animali. In modo che tutti si attivino e tendano una mano per preservare il nostro pianeta. Solo così facendo potremmo salvarci…
Puoi darci qualche consiglio su come trattare i ricci? Io, come sicuramente molti altri, ne trovo alcuni che gironzolano confusi per strada, in periodi dove dovrebbero essere altrove. Come ci si deve comportare?
Se ne vediamo uno di giorno in campo aperto, ha sicuramente bisogno d’aiuto. Se vedete un riccio fermo sulla strada, fermatevi e soccorretelo.
Per informazioni più dettagliate, vi invitiamo qui: 
Facebook Centro Recupero Ricci “La Ninna”
www.lacasadeiricci.org
Raccomando comunque estrema attenzione quando si usano decespugliatori, o quando si bruciano cumuli di rami e foglie in giardino. Inoltre esorto a non usare veleni in agricoltura. Preservare le aree naturali intorno a noi è di fondamentale importanza per la sopravvivenza dei ricci.
Com’è nata l’idea di aprire “La casa dei ricci”?
Per me è stato un percorso inevitabile: mi sono talmente appassionato, tramite Ninna, che ho sentito il bisogno di fare qualcosa per i ricci e per tutta la natura.
Antonella Tomaselli
Buongiorno Antonella, grazie per averci concesso il tempo per questa intervista. Vuoi parlarci un po’ di te?
Sono bergamasca, ma da qualche anno a questa parte vivo quasi sempre in Liguria. In famiglia siamo in tre: io, mio marito e nostro figlio. Più quattro yorkshire terrier. Più il nostro gatto, che non è nostro, ma che ha deciso di “adottarci” 
Questo non è il tuo primo libro. Cosa ti ha spinto a parlare di ricci?
Scrivo storie vere per “Confidenze tra amiche” e ho conosciuto Massimo, il protagonista del libro, quando ho scritto la sua storia per il giornale. Mi piace scrivere di vari argomenti, ma adoro raccontare di animali e di natura: sono la mia passione.
Vedo che i diritti del tuo libro precedente sono stati destinati in beneficenza. Da dove nasce quest’idea di scrivere per aiutare chi ne ha bisogno?
Penso che se ogni persona facesse qualcosa per aiutare gli altri, il mondo sarebbe migliore. Cito una frase del libro “25 grammi di felicità”: “Se ognuno facesse la propria parte le gocce nel mare formerebbero, insieme, oceani e cieli”.
Collaboro con ioleggoconjoy.com, un blog letterario no profit, dalla parte degli animali, che accoglie scritti e pubblica libri a sostegno di associazioni che operano per i diritti degli esseri viventi più deboli (umani compresi). Il mio libro precedente è appunto stato pubblicato da ioleggoconjoy.
Cosa pensi di Ninna e di tutti i suoi fratelli?
Mentre scrivevo di lei e degli altri mi ci sono affezionata tantissimo. Me li vedevo proprio mentre vivevano le loro storie. Sono così teneri e indifesi! Irresistibili! Mi sono commossa per ogni liberazione in natura. 
Cosa vorresti trasmettere a tutti i lettori che leggono e leggeranno “25 grammi di felicità”?
Mi è piaciuto scrivere di Massimo e dei suoi riccetti, io e lui siamo ben sintonizzati e avvertiamo le stesse emozioni. E sono proprio queste ultime che ho cercato di trasmettere. Nel libro ci sono brani molto toccanti e altri, al contrario, divertenti, ma da tutti traspaiono sentimenti buoni e delicati. Ecco, spero che queste sensazioni arrivino a chi legge e leggerà. Insieme all’attenzione, all’amore e al rispetto per questi affascinanti ricci, e per tutta la natura che ci circonda. 
25 grammi di felicità di Massimo Vacchetta e Antonella Tomaselli

Licia Troisi [INTERVISTA/16]

Licia Troisi [INTERVISTA/16]

Buongiorno Licia, grazie per esserti resa disponibile!
Partiamo con qualcosa di semplice? Cosa fai nella vita oltre a scrivere?
Un sacco di cose :P. Sono una moglie e una mamma, principalmente, ma sono anche un’appassionata di serie televisive e fumetti, una fortissima lettrice, faccio dolci che provo a decorare col cake design, faccio origami…ho molte passioni, a volte penso un po’ troppe :P.
Oltre a scrivere, leggi? Quali sono i tuoi libri preferiti? 
Sì, leggo moltissimo, senza leggere non potrei fare questo mestiere. Non ho un genere di libro preferito, leggo di tutto, dalla narrativa alla saggistica, e il fantasy è solo una parte, neppure maggioritaria, di quel che leggo. Il mio libro preferito è Il Nome della Rosa, che leggo una volta l’anno, in genere nel periodo di Natale, e, nel fantasy, adoro Jonathan Stroud. La sua serie Lockwood & co. mi sta appassionando tantissimo.
Quante storie hai messo da parte, prima di capire che era arrivato il momento di pubblicare?
Molte, ma sono rimaste tutte nella mia testa; per me la scrittura è stata una prosecuzione del gioco. Da bambina inventavo un sacco di storie, in genere ispirate a film e cartoni animati. Quando sono cresciuta, ho preso l’abitudine di raccontarmele la sera, a letto, per conciliarmi il sonno. Notte dopo notte le arricchivo e sviluppavo la trama. Nessuna di queste storie, però, mi ha mai convinta a sedermi alla scrivania e farne un libro. In compenso, ho scritto tantissimo diario e parecchi racconti.
Cosa ti ha spinto a scegliere proprio quella storia? 
Perché mi appassionava moltissimo e mi faceva sentire sicura: la mia paura maggiore, quando inventavo una storia, era non saperne abbastanza per scriverne. Col Mondo Emerso, invece, ero io la padrona di ogni aspetto: non solo la storia, ma anche il mondo era di mia invenzione, e nessuno poteva saperne più di me. Col senno di poi, non era una cosa poi così vera, ma mi ha dato la spinta che mi serviva a trovare coraggio e iniziare a scrivere un libro.
Quando hai pubblicato il tuo primo libro, come ti sei sentita?
La sensazione di irrealtà è stata preponderante dal momento in cui mi ha telefonato la Mondadori per dirmi che era interessata alla pubblicazione del libro a quello in cui ho visto Nihal della Terra del Vento sullo scaffale, in libreria. A volte, mi sembra ancora tutto un po’ irreale, e sono passati tredici anni :P. Poi, certo, c’è stata la soddisfazione, ma mi sono sempre concentrata più che altro sul mio lavoro, cercando di migliorarmi e di pensare sempre al libro successivo.
Ti saresti mai aspettata tutto questo successo? 
Assolutamente no. Quando ho mandato il libro, alla Mondadori e a una piccola casa editrice a pagamento romana (ma io all’epoca non sapevo fosse a pagamento…) non pensavo neppure che sarei arrivata alla pubblicazione. È stata tutta una sorpresa, per certi versi lo è ancora.
Com’è la tua vita ora? Le persone ti fermano per strada? 
Solo a Lucca durante la fiera del fumetto. Lì, in effetti, per usare un termine scientifico, il mio cammino libero medio è brevissimo: faccio trenta metri e qualcuno mi riconosce. In generale, invece, è raro che la gente mi riconosca per strada. È successo qualche volta, ma non posso dire che sia proprio una cosa frequente, e, tutto sommato, è anche meglio così: mi piace essere un po’ invisibile quando vado in giro.
Com’è stato vedere per la prima volta i disegni di Paolo Barbieri? È riuscito a immortalare bene l’idea che ti eri fatta dei tuoi personaggi? 
È stato uno di quei momenti in cui ho capito che la faccenda si stava facendo seria. Ricordo che la casa editrice mi mandò una prima versione della Nihal sulla copertina di Nihal della Terra del Vento, senza elmo, e io iniziai a girare l’Osservatorio Astronomico di Roma, dove stavo facendo la tesi di laurea, per farla vedere un po’ a tutti. Se abbia interpretato o meno la mia idea dei personaggi credo sia ininfluente: è giusto, e anzi mi fa molto piacere, che un artista metta del proprio nella rappresentazione anche di creazioni altrui. Sono sue interpretazioni, e le trovo particolarmente efficaci, soprattutto per quel che riguarda le copertine dei libri.
Com’è stato vedere per la prima volta una cosplayer tratto da un tuo libro? 
Meraviglioso. Ho fatto cosplay, e una volta l’anno, a Lucca, continuo a indossare per un giorno l’armatura. Quest’anno ho a lungo accarezzato l’idea di fare il cosplay della Cersei dell’ultima puntata della sesta stagione de Il Trono di Spade. So cosa spinge a scegliere un certo personaggio, e come ci si sente a indossarne le vesti. Credo non esista soddisfazione maggiore, per chi fa cultura pop come me, che vedere qualcuno fare il cosplay di un proprio personaggio. Per esempio quest’anno Valentino Notari, un noto cosplayer italiano che ho conosciuto nei panni di Sennar, farà un cospaly di Saiph, e io non vedo l’ora di vederlo.
Quando inizi a scrivere una nuova storia, conosci già il finale? Oppure è una scoperta anche per te?
Sì, il finale devo conoscerlo, e raramente cambia in corso d’opera; posso modificare qualche snodo di trama, ma i punti centrali della narrazione devo conoscerli per bene. Credo che una storia sia un viaggio, in cui il lettore è accompagnato da una guida, che è lo scrittore; per questo devo sempre sapere a che punto sono e dove voglio arrivare.
Come ti senti una volta arrivata alla fine di una saga?
Soddisfatta, ma anche triste. Finire qualcosa fa sempre piacere, è il compimento di un lavoro che spesso dura anni, ma fa sempre un po’ male lasciare personaggi con cui si è convissuto così a lungo. Mi è capitato per esempio quando ho chiuso La Ragazza Drago: Sofia e gli altri erano stati con me per cinque anni, è stata dura dir loro addio. Al tempo stesso, ero contenta del risultato, e felice di essere riuscita a portare a compimento una storia così lunga.
Come nascono le tue idee per i libri? 
Dalla vita di tutti i giorni. Più passa il tempo più penso che il raccontare storie sia un mio modo di essere: io guardo alla realtà in questo modo, tutto, per me, può essere spunto per una storia. In genere racconto questo aneddoto: una sera ero sul treno, era inverno, ero molto stanca, e tornavo da non ricordo quale presentazione. A intervalli regolari, mentre me ne stavo a occhi chiusi a cercare di dormire, mi arrivava uno spiffero gelido. Era semplicemente la porta tra i vagoni che si apriva, ma io ho subito iniziato a fantasticare di un fantasma che viveva sul treno e si faceva vivo solo in questo modo.
Quando incominci a scrivere, hai già tutti i dettagli in mente? 
Il maggior numero possibile, sì, ma ovviamente non tutti. So per esempio di cosa tratterà ogni capitolo, ma poi la gran parte dei dettagli veri, quelli che danno corpo e colore alla storia, e la rendono infine divertente da leggere, mi vengono in mente sul momento. 
Cosa ne pensi dell’auto pubblicazione? 
Credo possa essere un buon modo per farsi conoscere. Io però penso che il ruolo dell’editore, o meglio ancora dell’editor, resti comunque fondamentale: il confronto con una figura professionale che ti fa crescere come autore, ti aiuta a correggere e in qualche modo far uscire dal guscio il tuo libro è sempre stata per me indispensabile, e questo è un servizio che ti può dare solo una casa editrice o un’agenzia letteraria. Inoltre, la casa editrice, quando funziona bene, ti dà una visibilità che l’auto pubblicazione non è in grado di darti. 
Svelaci qualche dettaglio del tuo nuovo lavoro. Puoi? 
Uhm…più che altro non so che dire :P. Posso dire che d’inverno, a metà mattina, ho bisogno di una tazza di te; ho il bollitore direttamente in stanza, con un sacco di tè diversi che mi regalano le persone nei loro viaggi. Mi aiuta a staccare e al tempo stesso a concentrarmi. Poi mi distraggo spesso mentre scrivo, lo confesso, ma mi serve; quando mi trovo improvvisamente bloccata su un punto della trama che non riesco a sbrogliare, ho bisogno di staccare completamente: navigo in rete, faccio merenda, faccio una cosa qualsiasi che mi distragga. Quando ritorno sulla pagina, in genere riesco a trovare subito la soluzione. È una cosa che ho imparato dalla mia carriera scientifica: quando sei bloccato, è inutile rimuginare. O chiedi aiuto a qualcuno (e certe volte lo faccio anche coi problemi di trama), oppure stacchi. Le cose vanno viste da un altro punto di vista per poterle risolvere.
Ti piacerebbe vedere i tuoi libri sul grande schermo? 
Beh, certo. Non credo però accadrà mai, o comunque non a breve termine. Le condizioni in Italia e in Europa al momento non ci sono, e io praticamente non sono tradotta per il mercato anglofono. Inoltre, secondo me la grande ondata dei film fantasy si sta esaurendo. C’è ancora posto per le serie tv, e forse è a quelle che dovrei puntare.
Cosa vorresti trasmettere ai lettori? 
Innanzitutto li voglio divertire, appassionare, commuovere, voglio che entrino nelle mie storie e non desiderino uscirne più. E poi voglio che si pongano domande su se stessi e sul mondo, che le mie storie cambino anche solo di un pochino il loro punto di vista sulla vita. 
Licia Troisi_Autore
Le lame di Myra. La saga del Dominio di Licia Troisi
Ildefonso Falcones [INCONTRO/16]

Ildefonso Falcones [INCONTRO/16]

Ildefonso Falcones [INCONTRO/16]

Red Kedi con Ildefonso Falcones
Sapete chi è l’uomo vicino a me?
No?
Ma come?!
Eddai, è facile… lui è Idefonso!
Su dai, lo conoscete bene. Avrete sicuramente visto i suoi mat… ehm, libri in libreria. “La regina scalza”, “La cattedrale del mare” ed il più recente “Gli eredi della terra” (ovvero il seguito della Cattedrale). 

Il 10 ottobre ho avuto l’onore ed il piacere di andare direttamente da lui a parlargli e ragazzi, che spasso! Voi però non potete immaginare l’epopea per arrivare all’incontro sana e salva…. ma adesso vi spiego (ovvio, no??)

Prima di tutto, devo confessarmi.

Non avevo mai letto nulla di Idefonso e quindi, quando mi è stato proposto di andare all’incontro, dentro di me è partito il classico dibattito. 

“oh, figo! Andiamoci!”
“Si, ok.. ma chi è sto tipo?”
“Boh, lo scopriremo in questi giorni!” 
“L’evento è tra tre giorni, come possiamo arrivare preparati?” 
“Stufoso che sei! Non bisogna essere delle cime per documentarsi un pò” 
“Eh, non ci vorrà na cima, però novecento pagine mica riusciamo a leggerle!” 
“Quindi? Tommaso già lo sa. Mica è scritto nel contratto… e poi, vuoi mettere? Possiamo conoscerlo!” 
“Si, bello. Se poi scopriamo che è un buzzurro antipatico?” 
“Ma perchè tutti gli sconosciuti devo esser classificati così?” 
“Perchè sono realistico..” 
“Stufoso sei! Noi ci andremo. Punto” 
“Ma no! Che figura ci facciamo poi?” 
“Figura con chi? Conosciamo almeno la metà dei partecipanti” 
“Appunto. No, non ci andiamo!” 
“Contaci…”

Diciamo che solitamente, ho Mimì e Cocò che battibeccano nella testa ma giovedì sera, dopo aver bevuto un paio di birre e aver brindato con un bicchierino di non so che cosa, la decisione è venuta da sè…. Non avevo contato però un piccolo dettaglio. 

Solitamente entro in ufficio alle 9 ed esco alle 18. 

Facendo la pendolare, non ho grossi problemi ma prendere un’ora di permesso, mi sembrava un pò ridicolo… così, chiedo candidamente a Fidanzato di alzarsi un’ora prima per essere in ufficio ad un’orario decente. Ovviamente lui, che mi supporta sempre, ha accolto con entusiasmo la cosa! 

“Moruccio, non è che caso, lunedì riusciamo ad uscire un pò prima da casa?”
“… quanto prima?”
“Ehm… un’oretta…”
“Che cav… Chi devi incontrare?”
“Uno scrittore”
“Ovviamente…”

Io so di avere un Fidanzato magnifico. Infatti sono arrivata corretta in ufficio, per poter uscire prima ma lo sapete vero, che la sfiga è la mia ombra?
No?
Strano!
Perchè ovviamente, alle 16.50 spaccate, arriva la chiamata disperata di uno a cui devo sistemare la vita. Mica robina veloce da nemmeno due minuti di chiamata! Quasi venti minuti di puro sclero e conseguente ritardo. Ovvio. 

Ovvio anche che io sapevo dove andare, eppure mi sono persa comunque. 

Dovevo recarmi in albergo e non uno piccino ed insulso inculato chissà dove ma all’Hotel Principe di Savoia che per chi non lo sapesse è grande e grosso! Eppure… 

Però, anche se con del ritardo, non ho interrotto nulla perchè tutti erano ancora a prendere il caffè.

Che culo. 

Credo che Idefolso non fosse stato “preparato” alla quantità di ragazze. 

Eravamo in sette su otto “intervistatori” ma dopo un secondo di sorpresa… ragazzi, che tipo! Non bello, per me ormai è troppo maturo ma i modi… Non potete capire! 

Tralasciando il fatto che sentirlo parlare in spagnolo, per me è na roba che non posso nemmeno spiegarvi ma è stato gioviale, sempre sorridente e premuroso (soprattutto con Elisa che aveva una tosse micidiale!).

Mimì e Cocò sono tornati a farsi sentire, tanto per non farmi sentire sola ma sappiate che qualche battutaccia è venuta fuori anche tra alcune di noi, senza farci sentire (troppo) dal resto dei partecipanti! 

Sono felice di esserci andata. 

Mi sono fatta conquistare dalle parole di Ildefonso e mi è nata quella voglia sincera di scoprire cosa succederà al protagonista Hugo. 

Qui sotto vi riporto parte dell’intervista che è stata registrata e trascritta da Elisa (per averla completa, ovviamente dovrete passare da lei su Devilishly Stylish).

*non sono solita riportare le interviste degli altri ma in questo caso ho dovuto fare un’eccezione. Elisa è sempre molto accurane in queste cose e l’ammiro molto quindi, tutto il merito va a lei!

Cosa succede quando si torna a parlare di un mondo che ai lettori è piaciuto così tanto? 

Si avverte molto la pressione di dover piacere tanto quanto la prima volta?

No, perché non credo sia possibile lavorare sotto una simile pressione, è impossibile. 
Non si può pretendere sempre di superare i record già raggiunti. 
Bisogna dedicarsi anima e corpo a ogni nuovo progetto, essere soddisfatti di quello che si è fatto; poi, se il nuovo progetto avrà lo stesso successo del precedente andrà benissimo, altrimenti pazienza. 
Se poi andrà meglio, sarà meraviglioso. 
Bisogna assolutamente dimenticarsi della pressione. 
Io ho lavorato trentacinque anni come avvocato e ho imparato qualcosa da questo mestiere: puoi vincere un primo processo, poi un secondo e un terzo, ma prima o poi arriverà una causa che perderai, perché non si può vincere sempre. 
Devi essere in grado di incassare anche una sconfitta, quando sai di aver dato comunque il meglio di te stesso.

Perché è difficile oggi trovare dei romanzi basati come i suoi su principi come impegno, volontà, bontà? Pensa prima ai principi su cui costruire la storia o viceversa?

I principi illuminano tutto il romanzo. I miei personaggi non potrebbero funzionare secondo quei  principi  che contribuiscono a creare una maggiore empatia da parte del lettore. È normale che i personaggi abbiano in sé determinate virtù come essere leali, lavorare per la famiglia e i figli, lottare per le ingiustizie, tutte cose che dobbiamo affrontare anche noi nella nostra quotidianità, ricordandoci però che i mali estremi contro cui si ritrovano a lottare i protagonisti non sono certo gli stessi con cui dobbiamo fare i conti noi oggi. 
Trasferire tutte queste qualità umane in una trama è quello che io penso di fare, e non credo che potrei inventare personaggi con qualità diverse, o scrivere storie con meccanismi differenti, ma non credo nemmeno che susciterebbero lo stesso tipo di interesse in chi legge. 
Penso che la maggior parte dei lettori provi una maggiore empatia per i personaggi che agiscono secondo sani principi, soprattutto se sono sfortunati.

Sarebbe in grado di ritrovare nella Barcellona contemporanea i valori e i principi su cui costruire i suoi personaggi?

Sì, credo, di sì. Barcellona è una grande città, come Milano.
La trama fittizia del romanzo storico si potrebbe adattare anche al ventunesimo secolo, magari lasciando perdere le carceri che oggi non sono più come quelle che ho descritto nel quattordicesimo secolo, ma anche oggi esistono delle forme di schiavitù. Io parlo di passioni umane, d’amore, di sesso, di vendetta e di sentimenti, e tutte queste cose sono sempre le stesse anche oggi,  anche se i principi del lavoro, dell’impegno, e della lotta oggi si stanno perdendo un poco. Nei giovani la necessità di lavorare e d’impegnarsi sembra aver lasciato il posto ad atteggiamenti diversi, come aspirare a creare una “app” da vendere a una società informatica per una cifra da capogiro, risolvendo così la propria vita: ma questo succede a pochissimi, mentre tutti gli altri devono comunque rimboccarsi le maniche e lavorare.

Ha mai pensato di ambientare un romanzo nell’epoca contemporanea?

Sì, ne ho anche scritti, ma sembra che nessuno li voglia. Nel corso della mia vita ho scritto diversi romanzi contemporanei e ho anche cercato di venderli, ma senza risultato, così ho deciso di provare col romanzo storico. Ci sono voluti comunque tre anni per trovare una casa editrice per La cattedrale del mare. In quel periodo avevo scritto un altro romanzo, che ho proposto poi all’editore, ma non c’è stato nessun interesse da parte sua. Visto che a me piacciono il romanzo storico e la casa editrice, e che piaccio al pubblico, non vedo più motivo per incaponirmi a scrivere romanzi contemporanei che non interesserebbero a nessuno.

Ha mai pensato di ambientare un romanzo in Italia o le piacerebbe? E se sì, in quale periodo storico?

Mi piacerebbe, e credo che questo piacerebbe molto anche al mio editore italiano,  ma ho due problemi: il primo è che ci sono già ottimi romanzieri storici italiani, che conoscono il paese meglio di me, e il secondo è che io lavoro con una grande quantità di documentazione, consultando fino a duecento libri per ogni romanzo, spesso scritti in uno spagnolo ormai desueto, ma non conoscendo l’italiano difficilmente potrei accedere alle informazioni contenute nei vostri libri, soprattutto se scritti in italiano antico. Comunque non escludo niente: magari potrei farmi aiutare da qualcuno nella fase di documentazione.

Il suo lavoro di avvocato incide su o influenza in qualche modo la sua scrittura?

Quasi per niente. Certo, mi ha fatto conoscere tante persone con i loro diversi problemi, ma la professione d’avvocato è estremamente pragmatica, lui deve far prevalere gli interessi del suo cliente su quelli degli avversari. La professione dello scrittore invece è estremamente creativa,  diritto e letteratura sono due mondi diametralmente opposti e i linguaggi non coincidono: è impensabile scrivere un romanzo nello stile usato dagli avvocati per rivolgersi ai giudici. La formazione da avvocato forse mi è tornata utile come metodologia, riguardo alla consultazione e alla ricerca.

Ultima domanda: negli ultimi anni sono esplosi molti “baby scrittori”, persone che prima dei vent’anni hanno già pubblicato un bestseller e sono diventati famosi. Quanto ha influito positivamente in lei il fatto di pubblicare per la prima volta non più giovanissimo, quindi con un’altra testa, un’altra maturità? Cosa sarebbe stato diverso se avesse ottenuto prima la fama del suo primo romanzo?

Forse, se avessi avuto successo con La cattedrale del mare a vent’anni non avrei scritto altri romanzi. Più che uno scrittore tardivo, io sono stato uno che ha pubblicato tardi, perché in realtà scrivevo da sempre. Sicuramente, la stabilità emotiva che avevo a quarantasette anni, con una famiglia e quattro figli e una carriera da avvocato ben avviata, mi hanno fatto capire che come scrittore avevo una libertà totale: potevo farlo oppure no, perché il mio futuro non dipendeva da quello. Del resto, vediamo cosa succede a persone che hanno successo molto presto, come i calciatori: a volte perdono un po’ la bussola di fronte al successo.
Io mi ritengo soddisfatto per come sono andate le cose, che poi a 47 anni non ero poi così vecchio … adesso ne ho 57 e spero che me ne restino un bel po’ ancora da vivere!

Barcellona è in preda al terrore e ognuno pensa ai propri interessi

Gli eredi della terra di Ildefonso Falcones
Foto gruppo blogger presenti durante Ildefonso Falcones

Sveva Casati Modignani [INCONTRO/16]

Sveva Casati Modignani [INCONTRO/16]

Perché le donne si complicano e ci complicano la vita? Perché sono più sensibili, perché colgono le sfumature.

Mercoledì pomeriggio ho avuto l’onore di incontrare Sveva ed è stata una cosa memorabile ma andiamo con ordine che altrimenti parto per la tangente e non vi dirò nemmeno la metà di quello che vorrei.

Come appunto ho detto sopra, il 27 Settembre c’era l’incontro con la Scrittrice. Lo sapevo già da qualche giorno ed infatti mi ero preparata di conseguenza.

Poi però mi è partita la scimmia curiosa e ho voluto tastare il terreno chiedendo ad altre ragazze se sarebbero venute o meno.
Rory, del blog Il colore dei libri (che non abita esattamente dietro l’angolo) non era nella lista e così, in tre secondi netti, decide di contattare quella santa di Cinzia per chiederle se ci fossero ancora posti liberi.

Sabato a pranzo, mi arriva un messaggio.

La Viaggiatrice (Rory) mi comunica che aveva appena prenotato il volo per Milano!
Gioia e tripudio!!!

Poi però mi chiede se per caso nel pomeriggio fossi stata libera perché un suo amico, non poteva tenerle compagnia… ditemi voi, cosa potevo risponderle? Aveva smosso mari e monti per esserci…. e quindi, nemmeno a pensarci, è partito un velocissimo… “Sono già lì!”

Perché si, non ho minimamente preso in considerazione il fatto che il mio capo avrebbe potuto benissimo darmi il due di picche.

Sono un panzer.

Se voglio, ottengo.

Inizia così il conto alla rovescia e la programmazione del pomeriggio.

Dove se magna?

Andiamo a trovare le ragazze in HarperCollins? (Qui la domanda era superflua… il “si” gigante era già pronto ancora prima di aver finito di fare la domanda!)

Però oh, io ve lo dico in confidenza…. Visto che siamo tra di noi…. L’ansia dell’attesa mi uccide! Avete presente quando state aspettando qualcosa di epico ma nel mentre vi partono le peggio disgrazie mentali?
Ecco. Se c’è una cosa che mi mette strizza ed ansia…. ecco, è l’attesa.

Comunque sia, mercoledì è arrivato più velocemente del previsto e l’una mi ha pungolato come manco una zanzara a digiuno da settimane.

Viaggiatrice era già al ristorante ed è stata un’ora piacevolissima perché finalmente potevamo parlare a tu per tu senza distrazioni…. abbiamo spettegolato.
Maremma se ne abbiamo dette!
L’unica nota negativa era l’orologio che ci chiamava.
Avevamo appuntamento e mica potevamo fare tardi.

Alla Harper dovevamo fare solo un passaggio veloce, un pò come una meteora…. state ridendo anche voi, vero? Bene, perché nessuno ci credeva fino in fondo!

Francesca ed Elisa sono un’accoppiata micidiale.

Tra risate ed indiscrezioni ne abbiamo dette di belle e sappiate che al BookCity…. no vabbè, non vi dico nulla per ora!

La giornata non era mica finita, anzi!

Ora ve lo devo dire.

Non ho mai letto libri di Sveva.
Una scrittrice che è sempre stata in casa mia ma no, non mi ha mai attirato molto.

Andare quindi alla presentazione è stata più che altro una sfida.

Volevo vedere il suo volto, volevo sentirla parlare ma più che altro, volevo vedere le sue reazioni con noi.

Quindi, quando sono entrata alla Open, ero più orientata allo scetticismo.

Ok, ok… non è magari bello da dire. Cinzia, perdonami ma lo sai. Se mi pensi per un qualsiasi libro, io DEVO esserci e renderti fiera perché come abbiamo già visto, ci azzecchi sempre.

Comunque sia, Sveva è una sagoma.

Una cosa che mi ha fatto piacere, dopo essermi ripresa dallo sgomento, è stato che per la prima volta qualcuno si è preso la briga di interessarsi a noi. Non solo noi come blogger ma come persone.

Non solo.

In un’ora o più è riuscita a conquistarci tutte.

Con la sua voce pacata ci ha raccontato praticamente più della metà del libro ma l’ha fatto con tale trasporto che nulla, ci siamo appassionate a dei protagonisti che ancora non conosciamo. Ovvio che non sappiamo già la fine ma probabilmente conosciamo già molti dettagli.

Dopo i baci e gli abbracci, tra tutte quante, siamo arrivate ad una conclusione.

Adesso vogliamo leggere Sveva.

Insomma, ci ha intortato tutte.

Un’applauso alla Scrittrice Italiana che dopo ancora tanti anni riesce a cavalcare l’onda come se fosse il primo giorno e che riesce ad ammaliare praticamente chiunque.

Sveva Casati Modignani_Autore
Dieci e lode di Sveva Casati Modignani

Maurizio Maggi [INTERVISTA]

Maurizio Maggi [INTERVISTA]

Buongiorno Maurizio, grazie per avermi concesso questa possibilità. 
Grazie a te, dell’opportunità di parlare del mio libro. 
Partiamo con qualcosa di classico perché come ben sai, siamo tutti molto curiosi… io per prima. L’enigma dei ghiacci, com’è nata l’idea?
Tutto è partito dalla scoperta di un luogo assurdo come il Vostok. Un bacino di acqua temperata grande come la Calabria, nato quando l’Antartide era ancora una foresta lussureggiante e poi coperto da quasi quattromila metri di ghiaccio, e da allora isolato, potenzialmente ricco di forme di vita estinte in superficie da milioni di anni: non ti fa sognare? Facile immaginare intrighi e scontri d’interessi per scoprire i segreti del Vostok, e in effetti il romanzo è questo, ma non solo. La vita laggiù è fatta di batteri e al massimo di qualche piccolo pesce, ma immaginiamo per un attimo una vita senziente acquattata sul fondo, al buio, in attesa da prima che l’Uomo esistesse: cosa penserebbe di noi? Forse non gli importerebbe nulla dell’euro o del petrolio e vedrebbe la Terra per quello che è: una nave spaziale che naviga in un vuoto immenso, freddo e inospitale, con a bordo sette miliardi di passeggeri, egoisti e rissosi, impegnati a sprecare la loro breve vita -un tempo insignificante per chi ê sul fondo di quel lago dal Miocene- sgomitando per guadagnare spazio e distruggendo un po’ alla volta lo scafo che li sostiene. Non c’è nulla di fantascientifico nel mio libro, sia chiaro, ma questo è un punto di vista che, al momento dell’impostazione del lavoro, mi ha aiutato a costruire la trama e le motivazioni dei personaggi, e il centro di gravità attorno al quale ruota il romanzo: il concetto di vita. 
Non è scontato e non è lo stesso per tutti. Gli eroi classici dell’avventura sono pronti a morire per qualcosa. Io volevo che i miei si chiedessero: per cosa vale la pena vivere?
Ho visto che hai viaggiato molto. Posti lontani, esotici e ricchi di storie affascinanti… quante di quelle esperienze vissute hanno influito sul suo libro?
Più dei luoghi, hanno influito le persone e il loro modo di rapportarsi ai luoghi. Abitare, per noi umani, significa impadronirsi di un luogo, in profondità, come farebbe un rampicante invasivo. C’é qualcosa di struggente, in questa manifestazione di attaccamento alla vita, ma anche di potenzialmente pericoloso. L’ho imparato nel mio lavoro in giro per il mondo e credo che se ne vedano le tracce nel romanzo. Ma i viaggi mi hanno lasciato anche altro.
Anni fa visitando un museo dalle parti di Wroclaw, conobbi un geologo dell’università locale. M’invitò nel suo piccolo ufficio dove teneva gli strumenti di misura che usava ogni giorno, la Polonia era appena entrata nella UE e lui era entusiasta di conoscere ricercatori occidentali. Magro e con una giacca di almeno una misura di troppo, sembrava Adrien Brody nel Pianista. Ero vestito leggero ma indossavo più soldi di quelli che lui guadagnava in sei mesi. Eppure quelli occhi che brillavano mentre mi mostrava con orgoglio il suo unico strumento Made in Germany, me li ricordo ancora. Pensa, mi è venuto in mente adesso, durante l’intervista: Mikhail, quando soppesa il sestante e pronuncia ad alta voce il nome del fabbricante tedesco, è lui, è quel ricercatore polacco. Non ricordo come si chiamasse, incontravo tanta gente all’epoca, ma certe cose ti rimangono dentro.
La stesura dell’enigma dei ghiacci è stata lunga e tortuosa? Oppure le parole sono uscite veloci come un fiume in piena?
Trovo impegnativo delineare la trama (intrecci, tempistiche con cui il lettore scopre certe cose, coerenza delle agende dei vari protagonisti), ma una volta fatto questo, scrivere è abbastanza facile. Al punto che spesso non resisto e comincio prima che la trama sia completa e poi devo sospendere la scrittura per metterla a punto, soffrendo per l’impazienza di ricominciare.
Quattro cose vere che si imparano leggendo “L’enigma dei ghiacci”. Ne sono assolutamente rimasta affascinata e quindi, mi chiedevo… cos’altro c’è di vero in questo libro?
Oltre a pesci di specie ignote che vivono sotto i ghiacci o ad alghe tanto toste che la Nasa pensa di portarle su Marte? O all’uso del kite vela per muoversi e alle basi permanenti interne (tre in tutto, una delle quali italo-francese, voglio ricordarlo) e più simili ai sommergibili che agli edifici? È vera ad esempio la storia dei trent’anni di scavo dei russi per raggiungere il lago, o la spedizione nazista nel 1939 e la contro spedizione americana guidata da un veicolo con ruote di tre metri di diametro e un aereo sul dorso. È vero che può capitare di imbattersi in un trattore dei tempi dell’URSS abbandonato nel nulla perché costava troppo recuperarlo o che nessuno ha cancellato i simboli del comunismo nelle basi russe (non per simpatie verso il regime, rare fra gli scienziati, ma per nostalgia di quando la Russia era una grande potenza). È vero che a meno 50° lo sputo si gela in volo e a Vostok in questo momento siamo fra 60 e 70 sotto zero, con un record di meno 89,2°. È vero che i pozzi nel ghiaccio oltre una certa profondità sono sempre riempiti d’idrocarburi per non collassare (sì, è un bel rischio) e che i viaggi in trattore per rifornire le basi sono molto avventurosi, al punto che si viaggia sempre in convoglio (le cosiddette “traverse”) e nessuno manderebbe in giro un solo veicolo come ipotizzo nel libro, tanto meno d’inverno. È anche vero che i laghi simili al Vostok (meno grandi e meno antichi) sono circa 400 in Antartide, molti dei quali collegati fra loro da fiumi subglaciali. In quelli più vicini alla superficie sappiamo con certezza che esistono forme di vita, come batteri ma anche pesci di specie sconosciute: un mondo straordinario, no?
Il libro è uscito già da un mesetto. Ti ritieni soddisfatto del risultato ottenuto? Oppure preferisci non controllare in modo approfondito il riscontro dei lettori?
Non ho riscontri precisi, ma visito spesso i siti che potrebbero ospitare recensioni come Goodreads o IBS o altri. Finora ne ho trovate pochissime, forse è ancora presto. Per questo trovo prezioso il lavoro di blog come il tuo: la dimostrazione che il web non è solo cyberbullismo ma un’immensa area di libero scambio d’idee, uno scambio di cui abbiamo sempre più bisogno e che nessun trattato commerciale internazionale può sostituire, perché si nutre di passione e di curiosità. Perciò: complimenti ancora.
Progetti futuri? Rivedremo ancora qualche personaggio? Oppure pensi di puntare su luoghi ancora inesplorati?
Al momento, mi sembra di essere in transito fra sogno e progetto: con questo libro e grazie a Longanesi (e a molta fortuna) sono andato oltre il primo, ma non sono ancora approdato al secondo. Vediamo come va “L’enigma dei ghiacci” poi parleremo di progetti. 
In fondo ho solo sessant’anni, no?
Maurizio Maggi_Autore
L’enigma dei ghiacci di Maurizio Maggi

Alice. Infelici e Scontenti

Alice. Infelici e Scontenti

Probabilmente forse non sapete che come Alice Chimera, anche io ho una passione per “Alice nel paese delle meraviglie”. Quando ha preparato questo BT per far conoscere il suo libro, io ero già destinata a questa tappa e che onore!!!

Veniamo quindi alla nostra amata bambina… dalle sue origini con Lewis, fino a Chimera.

Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie, è un romanzo fantastico pubblicato per la prima volta nel 1865 dal matematico e scrittore inglese reverendo Charles Lutwidge Dodgson, sotto il ben più noto pseudonimo di Lewis Carroll.
Ma chi era quell’uomo? 
Lewis Carroll è lo pseudonimo di Charles Lutwidge Dodgson, matematico e scrittore inglese nato nel 1832 e morto nel 1898. Lo pseudonimo è un gioco di parole fra i suoi due nomi di battesimo: Charles (Carolus in latino) è diventato Carroll; Lutwidge (Ludovicus in latino) è diventato Lewis. È molto probabile, che Lewis Carroll soffrisse di un particolare disturbo neurologico che causava allucinazioni e distorsioni nella forma degli oggetti, facendoli sembrare molto più piccoli o molto più grandi (un tema ricorrente, nel libro). Il disturbo, scoperto e spiegato nel 1955 dallo psichiatra inglese John Todd, è anche conosciuto come l’Alice in Wonderland Syndrome.
Com’è nato il Libro? 
In una soleggiata mattina estiva (che Carroll traspone in versi nel suo Meriggio Dorato (proemio dell’opera)), Lui e il reverendo Robinson Duckworth si trovavano in una barca sul Tamigi con tre bambine (Alice e le due sorelle).

Durante il viaggio nacque la storia, che più tardi mise per iscritto e regalò ad Alice Liddell, che tanto aveva insistito perché lo facesse, diventando quindi Alice’s Adventures Under Ground (“Le avventure di Alice nel Sotto Suolo”), che si sviluppava in soli quattro capitoli illustrati da Carroll stesso. Solo più tardi venne pubblicata la sua storia, aggiungendo nuovi personaggi e situazioni, commissionando inoltre le illustrazioni a John Tenniel.

Le interpretazioni psicologiche e il contesto storico

Tutti i personaggi della favola manifestano elementi di interesse psicopatologico, in stretto contatto con il clima conservatore della Victorian Age. Alice è una bambina confusa e disorientata alla ricerca di un’identità, come si evince dalla sua irrequietezza e volontà di fuga perenne. È come se la sua libertà fosse perennemente ostacolata dal rigore morale e dalle imposizioni esterne. Per questo motivo, tutte le conversazioni che lei intraprenderà, non hanno senso, proprio perché la bambina non riesce ad accettare l’obbedienza e il rispetto delle regole. Il Brucaliffo e lo Stregatto rappresentano le figure genitoriali, infatti tutte le risposte che i due animali danno ad Alice nascono dal desiderio di contraddire la piccola, come rappresentazione del divieto dell’età del proibizionismo. Significativo poi è l’aforisma “Tagliatele la testa“, ripetuto più di una volta dalla terribile Regina di Cuori, citato per esorcizzare la paura che personaggi politici del tempo perdessero il controllo. Negli anni seguenti poi, le interpretazione di questa misteriosa fiaba si sono sprecate: c’è ad esempio chi sostiene che la storia di Alice è un trip mentale, un viaggio nella sperimentazione di tutte le droghe esistenti. Oppure chi trova all’interno della trama, regole logiche,  linguistiche, fisiche e matematiche. Addirittura, spesso il sogno, l’elemento grazie al quale Alice compie le sue mille peripezie, viene accostato a ciò che Freud nella sua Interpretazione dei sogni definisce inconscio. Egli lo considera come il luogo della non consapevolezza, in cui vengono “immagazzinati” tutti i desideri irrealizzabili e i traumi che, per non danneggiare la stabilità psicologica dell’individuo, vengono “bloccati” in un substrato della coscienza.

Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie divenne l’ispirazione delle successive generazioni di scrittori e artisti. Tra questi c’era anche Vladimir Nabokov, l’autore di Lolita, nonché colui che tradusse Le avventure di Alice dall’inglese al russo. Lolita, infatti, racconta di un uomo adulto che seduce la dodicenne Lolita raccontandole delle storie. «Io lo chiamo sempre Lewis Carroll Carroll, perché lui è stato il primo Humert Humbert» – diceva Nabokov, riferendosi al protagonista maschile del suo romanzo.

Negli anni, questo libro è stato tradotto in circa 97 lingue ma riportare i giochi di parole, le figure retoriche, i proverbi citati e i continui riferimenti alla cultura inglese è un’impresa ardua.
Tra tutte le storie di fantasia, quella di Alice non è mai stata travolta in modo particolare, anche se negli anni sono state pubblicate molte varianti.
Il film d’animazione prodotto dalla Walt Disney Productions e diretto da Clyde Geronimi, Hamilton Luske e Wilfred Jackson, nacque nel 1951.
Nel 1923 però, Alice nacque come cortometraggio per la Laugh-O-Gram Studio ma quando qualche tempo dopo fallì, il lavoro non andò perso. Solo nel 1938 partirono i veri progetti del film.
Anche in questo caso, troviamo un’Alice bionda quando invece, quella originale è mora. La trasposizione cinematografica comunque non si scosta molto dalla storia originale perché Walt sosteneva che la maggior parte del suo umorismo di Carroll era nella scrittura.
Prima di questo film d’animazione però, ci fu un cortometraggio muto diretto da Cecil Hepworth, che dura meno di dieci minuti.
In questi centocinquant’anni ci sono stati ancora molti film dedicati a questo libro ma non solo.

Gli ultimi che sicuramente tutti consociamo anche solo grazie alla pubblicità in rete, sono stati diretti da Tim Burton. In questo caso però, la versione di Alice è più matura e la storia si scosta molto dall’originale. I personaggi poi sono anche più attivi su vari fronti e non come nella storia originale.
Parliamo però di un Regista molto particolare e quindi, queste rivisitazioni sono in linea con il suo solito lavoro.

Non solo.
Per quanto non ci siano molte vere e proprie rivisitazioni cinematografiche, non possiamo non nominare la serie televisiva “Once Upon a Time in Wonderland“, dove il mondo delle meraviglie la fa ovviamente da padrona ma quasi tutti i personaggi non sono ciò che sembrano o addirittura, non centrano nulla.

Un giorno Alice arrivò ad un bivio sulla strada e vide lo Stregatto sull’albero.
– “Che strada devo prendere?” chiese.
La risposta fu una domanda:
– “Dove vuoi andare?”
– “Non lo so”, rispose Alice.
– “Allora, – disse lo Stregatto – non ha importanza”. 

Per quanto riguarda invece le versioni letterarie, Alice vanta una considerevole lista di riadattamenti. 
Basta andare su google e si trova un mondo particolarmente florido. Grandi Case Editrici e piccoli autori si cimentano nella loro versione Aliciosa, tirando fuori mondi che in un modo o nell’altro si adattano perfettamente a ciò che Carroll voleva farci vivere. 
Sono storie non più per bambini piccoli ma per quelli ormai adulti che comunque voglio ancora credere che nulla è Impossibile.
Alice: “è impossibile…”
il cappellaio matto: “solo se pensi che lo sia”

Alice Chimera però, non si è fermata all’idea del bel lieto fine. 

La protagonista del Mondo delle Meraviglie non poteva mica sfuggire alla realtà e come potevamo non immaginare un suo ritorno a casa? Cosa successe quando da bambina, si risvegliò del suo normalissimo mondo?
In questo libro, motore di questo blogtour particolare, vediamo molte storie conosciutissime ma riscritte con finali non lieti.

Alice: Ci siamo abituati al fatto che Alice, una volta risvegliata, torni ad essere la bella bambina giudiziosa e pronta per diventare donna. Come può però esser vero? Cosa può nascondersi in realtà in quel futuro non detto? Chimera ci da due versioni, una un pò più delicata dell’altra ma non lasciatevi tediare… nessuna delle due la salva veramente.
Ammetto che se dovessi immaginare il futuro della bella bambina bionda, non mi scosterei di un millimetro dalla versione di Chimera. Credo che possa esse non solo quella più veritiera ma anche l’unica fattibile.
Come può sopravvivere una bambina da una visione come quella? Come può tornare nel suo magnifico Mondo delle Meraviglie? Bene, qui ci viene narrato.