Daniel Pennac [INCONTRO/17]

Daniel Pennac [INCONTRO/17]

Daniel Pennac [INCONTRO/17]

Daniel Pennac, è uno scrittore francese.

Dopo quasi vent’anni dalla sua ultima pubblicazione dedicata al ciclo Malaussène, torna nelle librerie con un nuovo libro.

Venerdì 5 maggio, alla Feltrinelli di Milano, insieme a Claudio Bisio abbiamo avuto il piacere di capire perché è tornato dopo tutto questo tempo.

Una sera, uscito dal cinema, una bambina mi si avvicinò. Mi indicò un uomo anziano dicendo che era suo nonno ed io, non capii immediatamente cosa mi volesse dire. Forse, voleva dirmi che mi conosceva ed effettivamente mi disse quello ma per un motivo differente rispetto a quello che mi ero immaginato. Quell’uomo anziano era un mio vecchio studente. In quel momento ho pensato che il tempo era veramente volato e mi sono chiesto come potevano esser diventati i piccoli Malaussène

Durante l’incontro sono stati letti dei passaggi del libro per farci capire come sono diventati i bambini che abbiamo conosciuto nei sei libri precedenti. Come sono cresciuti e come sono maturati. Molte cose sono cambiate ma, non sono poi così diversi da ciò che erano.

Abbiamo anche trattato temi di attualità.

Bisio voleva sapere quanto avevano influito i fatti realmente accaduti (l’attentato al Bataclan per esempio) sul suo modo di scrivere, sul mondo che aveva creato. Giustamente Daniel, ci ha detto che non si può rimanere immuni a notizie del genere, sopratutto quando tua figlia era nelle vicinanze proprio il giorno dell’attentato.

Pennac è un personaggio particolare.

Geniale ma non saccente, con un’auto ironia quasi invidiabile.

Proprio grazie alla sua ironia non si arrabbia con il suo amico Benni che, raccontando del nuovo libro uscito, spoilera praticamente tutto in un articolo sulla Repubblica. Anzi, lo difende e rigira il tutto facendo si che anche da una situazione del genere, potenzialmente scomoda, possa scaturire una lezione.

è interessante, perché con Benni, che è l’intelligenza fatta persona, come sempre ha messo il dito su una cosa importante. E cioè che non ha nessuna importanza fare il riassunto aneddotico di un romanzo. Perché ciò che davvero fa il Romanzo, è il gusto della lettura, è la scrittura

Un’ora di ricordi ma anche di promesse che portano ad un’unica conclusione.

Ovvero la voglia di leggere “Il caso Malaussène: Mi hanno mentito” e quella di recuperare ogni suo libro, giusto per rimanere ancora in compagnia di un personaggio così interessante.

Una volta almeno, vorrei ringraziarlo io questo mio scrittore, questo mio amico. Perché tradurre da diciassette anni Daniel Pennac, non è stato ne un onore, ne una grande soddisfazione professionale. È stato ed è una costante, luminosa, smisurata felicità. Grazie Daniel, anche a nome di tutti i traduttori.

Yasmina Mélaouah

Daniel Pennac

Sara Rattaro 2 [INCONTRO/17]

Sara Rattaro 2 [INCONTRO/17]

Vogliamo sapere la verità. La desideriamo più di ogni altra cosa. Frughiamo nelle tasche e controlliamo umori e telefonate. Lo facciamo perché siamo convinti di poterla affrontare e, se questa sembra sfuggirci, ci intestardiamo come muli senza prendere in considerazione che forse sarebbe meglio non sapere

Com’è nato il libro? 

Questa è una storia che è arrivata un po’ all’improvviso con questo segnale che è un po’ quello delle mie storie: improvvisamente ho sentito il desiderio di raccontare di Giulia. 
Giulia è una donna di quarant’anni che improvvisamente, si trova a dover gestire la sua vita pubblica, la sua vita privata e la sua vita segreta. Un giorno qualunque si ritrova su una spiaggia e l’uomo con cui è, di cui è follemente innamorata, ha un malore e quindi lei con la forza della disperazione fa di tutto per soccorerlo. 
Contemporaneamente in questo tragitto in cui vanno in ospedale, c’è un ingorgo del traffico perché c’è stato un incidente e la persona che lo ha causato è il vero marito di Giulia, Emanuele, il quale si ritroverà nello stesso ospedale e neanche lui era da solo in macchina. 

Sembra che il karma sia contro Giulia. Prima l’uomo che ama e nello stesso tempo, quello che ha sposato.

Sono convinta che la vita abbia più fantasia di noi quindi a volte le cose vengono scoperchiate per una banalissima serie di inidizi o coincidenze e Giulia, in questo caso, si ritrova di fatto in ospedale con al piano di sotto il marito e al piano di sopra il suo amante.

Perchè il bisogno di aver due vite così separate? Ciò che vorrebbe e ciò che ha fatto.

L’amore addosso è un romanzo legato a tutto quello che noi siamo e dobbiamo essere.
Il fatto che, soprattutto per quanto riguarda le donne, dobbiamo essere sempre “qualcosa”: siamo una moglie, una mamma, una donna che lavora, una dipendente, abiamo sempre un ruolo e non c’è mai un momento in cui possiamo permetterci il lusso di essere noi e basta. Ruoli che ovviamente sono dominanti nella nostra vita, perché se sei una mamma e una moglie non puoi fare un sacco di cose, se per caso non sei una moglie o non sei una mamma e hai un’età “al limite” la società ti si rivolta contro – siamo sempre sbagliate in qualche modo.

Come’è stato deciso il titolo del libro?

Il significato del titolo è proprio il concetto dell’”dosso”. Avevo un disperato bisogno di un titolo che fosse avvolgente sulla mia protagonista. Quindi ho pensato al concetto dell’amore addosso proprio come tutte le cose che puoi avere addosso e che simboleggino l’amore: l’amore materno, l’amore nei confronti di una marito o di un amante e lei le ha proprio tutte addosso quasi come se fossero rovesciate.

C’è anche un altro grande personaggio accanto a Giulia.

Mi sono accorta di non averle mai dato un nome solo dopo aver finito il romanzo.
Lei sarà la madre che rappresenta insieme a Giulia uno scontro generazionale molto preciso che non è lo scontro generazionale tipico di tutte le madri con le figlie, ma sono proprio le loro date di nascita ad essere importanti. Perché la mamma di Giulia è una donna che nasce alla fine della seconda guerra mondiale e le donne nate in quel periodo a cavallo tra gli anni quaranta e cinquanta sono donne che hanno lavorato tantissimo.
Intanto perché escono da una situazione sociale dove la guerra aveva tolto tutto, soprattutto l’affettività, la condivisione degli affetti, il concetto di famiglia che non fosse legato al “costruiamoci qualcosa e togliamoci le macerie” e sono tutte donne, soprattutto quelle che hanno lavorato fuori da casa, che hanno davvero lavorato tanto perché lavorare in quel periodo per una donna era difficilissimo perché di fatto poi non ti era proprio molto concesso – erano delle vere pionerie. Dall’altra parte lavorare fuori non ti alleviava dal lavororare in casa perché dovevano comunque gestire i loro lavori una volta tornate a casa.

Sara Rattaro_Autor
L'amore addosso di Sara Rattaro

Charlotte Link [INCONTRO/17]

Charlotte Link [INCONTRO/17]

Non c’era possibilità di fuga, quantomeno nessuna che non fosse elaborata e complessa e che non richiedesse molto rumore. Il che stava a significare che ci si poteva scordare di andarsene di lì.

Dico sempre che amo andare agli incontri ed è vero. 

Amo la possibilità di dar voce a tutte le mie domande guardando negli occhi lo scrittore. 

Amo gli pettegolezzi fatti prima dell’incontro, l’ansia di arrivare per tempo. 

Amo il dopo, quando tutti siamo più leggeri e ci sfottiamo un pò. 

Amo farmi coinvolgere dalle belle parole dello scrittore e magari cambiare idea del libro perché ho visto, che qualche volta il mio giudizio negativo deriva da un’incomprensione o da dei dubbi. 

Lunedì scorso, ho avuto modo di parlare con Charlotte e di intervistarla insieme alle altre Blogger. 

Come vi dicevo, il bello di queste cose sta anche nel panico che precede l’incontro, quando stai ancora cercando di capire che domande fare. 

“Senti, ma te sai già cosa chiedere?”
“Si. Voglio sapere che droghe assume prima di scrivere”

Perchè si, questa lettura è stata bella ma anche sofferta.

Ammetto che comunque è stata difficile, Charlotte parlava solo tedesco e per quanto mi sia piaciuto ascoltarla, la diretta è stata così lunga che volevo morire. 

La traduttrice (santa donna), doveva aspettare la nostra domanda, tradurgliela, stenografare la risposta e tradurcela.

Più di un’ora di intervista ma giustamente, non potevamo fare altro. Pazientemente, abbiamo avuto tutti la possibilità di chiederle qualcosa (e di fare spoiler) e lei, tranquillamente, dissipava i nostri dubbi o saziava le nostre curiosità. 

Ho deciso di riportarvi solo alcune domande. Se invece, volete conoscere ogni dettaglio, potete andare sulla pagina della Corbaccio a vedere il video!

Ha scritto molti libri di genere diverso. Da dove riceve maggiore ispirazione? Cosa le dà il la per partire con una nuova storia?

La primissima ispirazione arriva sempre da qualcosa di banale e quotidiano. Può essere una frase che sento, oppure l’espressione di un viso e niente di più. Questo costituisce il primo episodio di una sequenza di riflessioni che faccio, che mi portano a immaginare una storia che non ha niente a che fare con la persona che ha fatto nascere quella scintilla, e il tutto diventa un libro.

Quindi, nessun fatto di cronaca specifica le ha dato ispirazione per quanto riguarda i fatti narrati nel libro? 

Non sono stati tanto i fatti di cronaca o i giornali che mi hanno dato lo spunto, ma prima di cominciare a scrivere questo libro ero stata per ragioni mie a Sofia, in Bulgaria, e ho avuto quindi dei contatti con gente del posto. Queste persone mi hanno raccontato di una ragazza è scomparsa in circostanze misteriose, e di lei non si sono più avute notizie. Questa è stata la prima scintilla della storia. Molte delle persone che scompaiono senza lasciare traccia, spesso lo fanno volontariamente e non vogliono più dare notizia di sé.

I personaggi del romanzo, sono tanti e molto diversi tra loro. Si è ispirata a qualcuno in particolare oppure sono frutto della sua fantasia?

Non creo mai delle figure prese come copie da qualcuno che conosco veramente, ma sono le persone che finisco per conoscere che mi forniscono ispirazione per i personaggi dei miei libri. Osservo molto attentamente sia le mie esperienze di vita, sia quelle di queste persone e poi costruisco a poco a poco un personaggio che è un insieme di tutti i dettagli e sviluppo una sua vita specifica.

Quanto è importante l’immedesimazione durante la scrittura?

Tento di non identificarmi mai eccessivamente nei miei personaggi, perché devo poi anche scriverne e quindi è necessario mantenere una certa distanza. È sempre una questione di equilibri: da una parte mi devo proprio immergere in tutte le sensazioni dei personaggi, ma contemporaneamente devo mantenere la distanza che mi serve per rimanere oggettiva e neutrale nel momento in cui scrivo.

Quando scrive un romanzo come decide chi sopravvive e chi muore?

Come anticipavo prima, spesso ho un piano iniziale, col quale parto, però i personaggi a un certo punto sviluppano una vita propria e a volte uno che era destinato a morire in realtà sopravvive, o viceversa, quindi il mio piano iniziale può cambiare.

C’è un personaggio a cui è più legata?

Simon. C’è un modo di dire tedesco, “uovo molle”, che descrive una persona debole, e quello di Simon è un personaggio interessante proprio perché non risponde all’idea di uomo forte. È un personaggio pieno di dubbi, che si lascia sfruttare ma arriva a un punto in cui capisce che non può andare avanti così, perché i suoi insuccessi si moltiplicano a tutti i livelli e ha bisogno di un evento drammatico per cambiare.

Non ha avuto paura che Nathalie risultasse un personaggio troppo negativo?

Posso immaginare che alcuni lettori possano provare difficoltà a identificarsi con lei perché è un personaggio disturbato, tuttavia il lettore deve anche essere capace di sopportare questo genere di personaggio, perché ce ne sono anche nella nostra vita di tutti i giorni. Nel suo caso specifico c’è però un’evoluzione in positivo.

La scelta può diventare una colpa?

Questo è un tema molto importante all’interno del libro, perché a volte nella vita hai veramente delle frazioni di secondo per decidere che cosa fare, ed è quello che accade sulla spiaggia a Simon. Lui ha troppe poche informazioni per sapere se la sua decisione di un momento sarà corretta oppure no, così come spesso accade nella vita. È soltanto dopo molto tempo che guardandoti indietro puoi stabilire se è stata una buona scelta o no. Proprio questa tematica mi affascina e mi coinvolge molto, è una questione veramente interessante: fai una scelta e poi ti ritrovi a dover combattere contro un senso di colpa causato da quella scelta.

Quando finisce di scrivere un libro, a chi lo fa leggere per primo?

Appena finisco un romanzo lo do da leggere contemporaneamente a mio marito e alla mia editrice. Mio marito direi che si comporta in una maniera abbastanza particolare: in prima battuta mi dice tutto quello che non gli è piaciuto, e quando sono proprio a terra mi dice che sì, in fondo il libro può andare. Invece la mia editrice si comporta al contrario: prima mi elenca tutti i pregi e poi le cose che possono essere cambiate o migliorate. La cosa è interessante perché ognuno tende a valutare diversamente i vari personaggi. È importante sapere quando un certo personaggio a qualcuno non sembra comportarsi in maniera logica: questo per me è un segnale molto importante, perché significa che probabilmente non sono riuscita a descriverlo correttamente e quindi devo rimetterci le mani e cambiare qualcosa.

Avverte la pressione di dover scrivere ogni volta un altro bestseller?

In una certa misura il successo costituisce una pressione. Il fatto che l’ultimo libro abbia avuto successo muove tutta una serie di aspettative rispetto al prossimo che dovrà essere “bello tanto quanto” o anche migliore. È sempre difficile quando vedo sulla fascetta del libro non ancora entrato  nelle librerie “l’ultimo bestseller di …”. Questa è una cosa abbastanza difficile da gestire e che desta sempre grandi attese.

Charlotte Link_Autore
La scelta decisiva di Charlotte Link

Un universo d’amore. L’universo nei tuoi occhi

Un universo d’amore. L’universo nei tuoi occhi

Siamo arrivati alla mia tappa.

Mentre ieri, vi abbiamo invaso con le recensioni del libro, oggi voglio mettere a confronto questa nuova lettura con quella precedente.

Trovo estremamente difficoltoso trovare un modo per metterli a confronto senza però svelarvi i punti salienti. Però, essendo due libri bellissimi, devo parlarvi assolutamente dei loro pregi!

Raccontami di un giorno perfetto: 

    – Ho letto alcuni commenti negativi sul romanzo. Un classico e giustamente, ci sta.

Il mondo è bello perchè è vario e sappiamo che non si può piacere a tutti. Quello che però mi ha un pò lasciata perplessa è stato un commento cattivo sul fatto che il libro denigra la figura dello strizzacervelli.

Il libro parla di depressione, senso di colpa, ansia e tutte quelle sensazioni cupe e pesanti che in un modo o nell’altro, ogni adolescente vive. Come tutti sappiamo, ogni ragazzino tende a tenersi tutto dentro e ad essere crudele con chi è diverso. Non è una costante ma succede molto spesso e sempre molto spesso, si sentono gli unici a soffrire.

Questo libro, ci fa capire che mai e sottolineo MAI, dobbiamo sentirci soli perché non è vero.

La figura dell’adulto viene messa in discussione perché anche nella realtà, un ragazzo giovane preferisce non affidarsi a loro. Un pensiero sbagliato ma comune.

    – Mi ha ricordato che è sempre bene vivere e affrontare ogni secondo della vita. Nel bene e nel male perché la vita, non è eterna.

Gli incidenti non sono poi così rari e spesso, sono mortali. Bisogna sempre dare il meglio perché il futuro è incerto e con la Morte, non si può patteggiare.

Però è anche vero che tutto si può superare e che anche se noi soffriamo, il mondo continua a girare ed è un nostro diritto tornare a vivere.

    – Mi ha fatto carpire che tutti indossiamo delle maschere e che dietro un sorriso, spesso si nasconde una persona che soffre. Anche la persona più popolare della scuola può sentirsi un cesso a pedali.

Incredibile ma vero.

L’universo nei tuoi occhi: 

    – Trovo che giudicare a priori una persona solo dall’aspetto fisico, sia un comportamento scorretto. Non possiamo conoscere le storie che la gente si porta dietro e c’è sempre modo e modo per consigliare qualcosa.

Libby, per quanto sia molto grossa, balla a meraviglia eppure, non basta la bravura. Dovrebbe perdere peso… perchè? Per cattiveria di chi c’è al comando.

    – Non bastano gli occhi per vedere. Essere particolari è sempre un modo per essere unici e ci sono moltissimi modi per esserlo in modo genuino.

Essere le fotocopie delle fotocopie e seguire in massa il figo del momento… beh, non lo capirò mai.

    – L’amore è cieco. Ormai questa ovvietà la diciamo un sacco di volte ma quando vediamo due personaggi tanto diversi, amarsi in una storia?

Solitamente sono sempre molto nella norma. Belli o molto carini, magri ma tonici, mascoline ma delicate, maschioni ma anche aggraziati… insomma, in un modo o nell’altro, se vestiti e/o truccati nel modo giusto, sotto ogni personaggio c’è l’adone o la dea di turno. In questo caso però, la Niven ci presenta due personaggi totalmente agli opposti e buon dio, sono così dolci che mi sono innamorata pure io.

I due libri hanno in comune tutto e nulla.
Nulla perché trattano dei temi differenti e anche il finale è assolutamente diverso l’uno dall’altro ma sono libri che fanno pensare molto e che ti aprono il cuore. Sono due storie che racchiudono il dolore ma che in modi differenti ti dicono di non fermarti e di continuare ad amare.

L'universo nei tuoi occhi di Jennifer Niven

Chiara Marchelli [INCONTRO/17]

Chiara Marchelli [INCONTRO/17]

Il passare del tempo invece di alleviare i pesi ne moltiplica gli echi

Cosa ti ha spinto a raccontare una storia familiare così difficile? 

L’ho scelta perché quando scrivo queste storie, sono generalmente cose che ci toccano. Non è una storia autobiografica però mi ha sfiorata da vicino dato che è successa a persone che mi sono molto care. 
Come spesso mi succede, se una cosa del genere rimane dentro, sedimenta e non va via ne devo fare qualcosa. 

Appena si inizia a leggere si capisce di entrare in una storia drammatica. La sospensione scandita da piccoli riti che si svuotano nel momento in cui ci si rende conto che sarebbero potuti essere delle condivisioni ma non lo sono più. È una cosa voluta?

E’ venuto scrivendo. Francamente stavo scrivendo una storia, poi questi sono sempre ragionamenti a posteriori. 
Però forse volevo mantenere una certa discrezione nei confronti di una storia del genere perché ho voluto trattarla nella misura che io ritenevo migliore per me. Nel senso che avendo molto rispetto per un dolore di questo tipo, non volendo fare facili sentimentalismi, forse uno dei punti fondamentali che ho affrontato anche attraverso la scelta del linguaggio è stato quello di conservare una distanza di modo che la storia parlasse da sé.

E’ bello come hai inserito la teoria dei giochi, come lui cerchi di giustificare il dolore basandosi su delle formule matematiche, delle formule scritte e definite.

Si, è un po’ quello che tutti noi facciamo: tentiamo di contenere tutto ciò che ci spaventa.
Questo è un uomo che parte corazzato, distrutto. Prova a vivere come gli studiosi spesso fanno: a cacciarsi dentro, diventa la priorità della loro vita tanto che diventa anche la regola secondo cui gestire un dolore che altrimenti non sarebbe riuscito a gestire. 
Poi però da una parte trova una conferma perché c’è questa adesione tra la teoria dei giochi e il suicidio. E quando ho iniziato le mie ricerche non lo sapevo, quando ci sono arrivata per me è stata una benedizione fare una scoperta del genere, dal punto di vista di uno scrittore. 
Michele capisce che non c’è risposta nella teoria dei giochi, negli studi che ha fatto e allora lì c’è la rottura ma laddove si rompe entra la luce, no? Quindi lui fa anche una scelta di rinascita.

Come riesce a trasmettere il dolore al lettore?

Io non sono capace di scrivere di felicità. Si, è molto più facile scrivere di una storia d’amore ma io non sono capace di renderla interessante. La felicità non è uno stato ma un momento che non dura mai più di tanto, non la trovo interessante mentre nella sofferenza c’è il cambiamento. 
Poi è una cosa che ho sempre fatto, finché uno scrittore mi fece notare che io nei miei romanzi metto sempre la morte perché la vita è la morte. A me interessano molto le forme del dolore.

Marchelli Chiara_Autore
Le notti blu di Chiara Marchelli
Romano De Marco [INCONTRO/17]

Romano De Marco [INCONTRO/17]

Romano De Marco [INCONTRO/17]

Il 2017 è pieno di occasioni. 

Siamo solo a Febbraio e posso dire di aver già segnato sull’agenda tutta una serie di incontri e sto fremendo come una bambina alla notte di Natale! 

L’ultimo giorno di Gennaio, ho avuto la possibilità di andare a conoscere Romano De Marco visto che era uscito da poco il suo nuovo libro. 

L’uomo di casa è stata una lettura veramente interessante e come vi ho detto nella recensione, sono rimasta molto sorpresa dal finale!

Comunque, l’incontro è stato stimolante e molto divertente. 

Vi riporto qui alcune delle domande che abbiamo fatto nel corso della chiacchierata. 

 

 

Al giorno d’oggi sono sempre meno le cose che crediamo di non sapere delle persone, soprattutto da quando tutti condividono tutto sui social. Il fatto di scoprire che la realtà è diversa da come ci appare è rimasta forse l’unica grande paura di oggi, più ancora della paura del mostro?

In effetti, più della paura dell’assassino, a me interessava appunto la paura dell’ignoto, dello scoprire cose che non avremmo mai immaginato del nostro quotidiano e di chi ci vive accanto. Se avete visto l’anno scorso il film “Perfetti sconosciuti” ricorderete che la frase di lancio era “Ognuno di noi ha tre vite: una pubblica, una privata e una segreta”. Il fatto della condivisione sui social è un falso: i social in realtà aiutano a nascondere, a creare un’identità segreta, ad apparire diversi.Io non volevo raccontare la costruzione di un’identità attraverso i social perché l’hanno già fatto in tanti. Sandra, la mia protagonista, le cose le scopre sul campo, muovendosi da casa. Ancora più del dolore per la perdita del marito la sua sofferenza deriva dalla paura di non riuscire ad avere delel risposte, di non scoprire mai la verità sul marito.

Com’è nata l’idea di questo romanzo?

L’idea si è costruita un po’ alla volta. Prima di tutto è nata la voglia di fare qualcosa di diverso. Io vado tutti gli anni in America, faccio base da mia sorella e poi vado in giro. Amo così tanto quella cittadina che mi sono chiesto se non sarebbe stato bello ambientare una storia lì. La coppia di vicini che c’è nel romanzo, Elisabeth e Jeff, esiste veramente: sono proprio come li ho descritti e aspettavano con molta curiosità l’uscita del libro. 
Sono partito dalla situazione idilliaca di una coppia benestante, in cui però accade qualcosa che va a rompere questa idea di serenità. All’inizio la storia era un po’ diversa, senza la parte che si svolge trentacinque anni prima, che è venuta dopo. 
Inizialmente, pensando alla difficoltà di raccontare un personaggio femminile, avevo chiesto a Marilù Oliva di scriverlo a quattro mani. Pensavo che lei avrebbe potuto scrivere le parti femminili in prima persona, e io tutto il resto. Marilù però si è tirata indietro dicendo che l’idea era mia, e adesso penso che sia stato meglio così. Mi ha comunque fatto notare diverse cose che non andavano. 
Non racconto mai fatti realmente accaduti per non turbare la sensibilità dei parenti delle vittime o di eventuali superstiti, di chi ha subito dei crimini, quindi dovevo inventarmi il cold case del secolo e ho pensato che non c’è nulla di più odioso dei crimini contro i bambini. 
La cosa drammatica è che quando il romanzo era già finito, nel 2015, è uscita una notizia di cronaca simile a quello che io avevo scritto: in Baviera si era svolta una vicenda del genere, per cui è vero che spesso la realtà supera la fantasia. 
Invece nel romanzo che sto scrivendo adesso mi sto ispirando a un fatto di cronaca che mi ha colpito molto, la vicenda di Fortuna, la bambina di Napoli seviziata e poi uccisa: per fortuna siamo ancora capaci di restare sconvolti.

Per uno scrittore uomo, non è facile vestire i panni di un personaggio femminile in modo convincente. Come hai lavorato su questo aspetto?

Dalla notte dei tempi gli uomini cercano di entrare nella psicologia femminile e non ci riescono, per cui diciamo che è stato un lavoro abbastanza impegnativo. Mi sono affidato a un gruppo di lettura tutto al femminile di Bologna, composto da quindici donne, presieduto da un’attivista femminista, Samantha P., con cui mi ha messo in contatto la mia amica scrittrice M. Oliva, e la prima stesura del romanzo l’ho fatta leggere a loro. 
Inizialmente il marito di Sandra moriva in un’altra maniera, in una finta rapina, però lei scopriva solo alla fine che era finta, per cui non restava delusa dalla morte dell’uomo. Dopo una settimana arrivava il nuovo vicino di casa nel quartiere residenziale di Vienna, e tra loro nasceva un interesse. 
Le lettrici mi hanno massacrato, e mi sono reso conto che i tempi in effetti non tornavano. 
Una settimana per piangere tuo marito, e basta? 
Troppo poco. 
Così ho spostato l’azione a sei mesi dopo la morte, e ho cambiato le circostanze dell’omicidio affinché Sandra fosse anche delusa oltre che addolorata. 
Come autore non sono assolutamente geloso di quello che scrivo e chiedo aiuto molto volentieri. Questa è stata la prima volta che mi sono rivolto a un gruppo di lettura, ma anche sugli altri romanzi che ho scritto ho sempre fatto un lavoro di editing per conto mio con Chiara B.M., che è una editor molto brava. Con lei lavoriamo per mesi: mi dà consigli sia stilistici che sui contenuti, che a volte accetto e a volte no, per cui discutiamo a lungo. Ci sono diciotto versioni di questo romanzo, che poi magari differiscono solo per una o due frasi, ma questo è il mio modo di lavorare.

Nel romanzo si parla anche di perdita: Sandra e Devon perdono una il marito e una il padre. Perché reagiscono in modo differente?

Vivono la perdita in maniera diversa. Per Sandra accanto al dolore per la perdita del marito subentra subito, viste le circostanze di questa morte, il terrore di aver vissuto con una persona diversa da quella che ha conosciuto, e di non scoprire mai la verità. 
Per Devon è diverso, perché in lei scatta un meccanismo di negazione: non accetta la morte del padre e ancora meno le dicerie su di lui. La barriera si crea perché madre e figlia non riescono a comunicare tra loro su questo. Il dolore si vive in maniera diversa a seconda dell’età, e spesso non si riesce comunque a comunicarlo anche nell’ambito familiare. Sandra ha un doppio carico, come moglie e come madre.

Sapeva già come sarebbe andato a finire il romanzo fin dal principio?

Quando invento una storia metto dentro solo qualche dato: ambientazione, inizio e fine. 
Tutto il resto viene scrivendo, ma il colpo di scena finale lo metto sempre in tutti i miei libri. 
Per me non è pensabile scrivere una storia senza aver bene presente il finale, che è il piatto forte dei romanzi di genere.

Che strada potrebbe prendere secondo te il giallo in Italia?

In Italia quello del thriller è un campo che lascia ancora degli spazi da esplorare. 
Abbiamo Carrisi che vende tanto all’estero e ha un genere ben definito, di stampo anglosassone ma con un’ambientazione sempre sospesa. Non c’è una scuola precisa, in Italia. Il noir è stato un po’ inflazionato, tant’è che anche Dazieri e Carlotto sono tornati al thriller. 
Io ho voluto scrivere un prodotto molto di genere, anche se non ci ho messo un serial killer o altri aspetti truculenti. Qui non era necessario parlare di violenza. 
Molti autori sono stati lanciati in grande come Mirko Zilahy e Luca D’Andrea, però sono fenomeni isolati: non vedo ancora una strada precisa.

«ognuno ha tre vite, una pubblica, una privata, e una segreta»

Gabriel García Márquez

Romano De Marco_Autore
L'Uomo di casa di Romano De Marco
Red kedi con Romano De Marco