Irena Sendlerowa. Storie della buonanotte per bambine ribelli

Irena Sendlerowa. Storie della buonanotte per bambine ribelli

Anche quest’anno vogliamo continuare a far emergere figure di donne e di uomini che, coinvolti come tutti noi nella trama della vita, non si sono lasciati travolgere dal senso di impotenza o dall’indifferenza, ma hanno creduto che «una sola persona può portare avanti la storia»  e che qui c’è la «nostra incidenza: incommensurabile, infinita».

Irena Sendler, è stata un’infermiera e assistente sociale polacca, che collaborò con la Resistenza nella Polonia occupata durante la Seconda guerra mondiale. Divenne famosa per avere salvato, insieme con una ventina di altri membri della Resistenza polacca, circa 2.500 bambini ebrei, facendoli uscire di nascosto dal ghetto di Varsavia, fornendo loro falsi documenti e trovando rifugio per loro in case al di fuori del ghetto. 

Irena nacque nella periferia operaia di Varsavia, in una famiglia cattolica polacca di orientamento politico socialista. Il padre, Stanisław, era medico; egli morì di tifo nel febbraio 1917, avendo contratto la malattia mentre assisteva ammalati che altri suoi colleghi si erano rifiutati di curare. Molti di questi ammalati erano ebrei: dopo la sua morte, i responsabili della comunità ebraica di Varsavia si offrirono di pagare gli studi di Irena come segno di riconoscenza. Di confessione cattolica, la ragazza sperimentò fin dall’adolescenza una profonda vicinanza ed empatia con il mondo ebraico. All’università, per esempio, si oppose alla ghettizzazione degli studenti ebrei, e come conseguenza venne sospesa dall’Università di Varsavia per tre anni.

Terminati gli studi, cominciò a lavorare come assistente sociale nelle città di Otwock e Tarczyn.

Nel 1942 entrò nella resistenza polacca, che al suo interno presentava forti contrasti fra la componente nazionalista e cattolica e la componente minoritaria comunista, contrasti che a volte si ripercuotevano anche nelle fasi decisionali. Il movimento clandestino, in prevalenza cattolico, di cui faceva parte la Sendler, la Żegota, incaricò la donna delle operazioni di salvataggio dei bambini ebrei del ghetto.

Come dipendente dei servizi sociali della municipalità, la Sendler ottenne un permesso speciale per entrare nel ghetto alla ricerca di eventuali sintomi di tifo (i tedeschi temevano che una epidemia di tifo avrebbe potuto spargersi anche al di fuori del ghetto stesso). Durante queste visite, la donna portava sui vestiti una Stella di Davide come segno di solidarietà con il popolo ebraico, come pure per non richiamare l’attenzione su di sé.

Irena, il cui nome di battaglia era “Jolanta”, insieme ad altri membri della Resistenza, organizzò così la fuga dei bambini dal ghetto. I bambini più piccoli vennero portati fuori dal Ghetto dentro ambulanze o altri veicoli.

In altre circostanze, la donna si spacciò per un tecnico di condutture idrauliche e fognature: entrata nel ghetto con un furgone, riuscì a portare fuori alcuni neonati nascondendoli nel fondo di una cassa per attrezzi, o alcuni bambini più grandi chiusi in un sacco di juta. Nel retro del furgone, alcune volte aveva tenuto anche un cane addestrato ad abbaiare quando i soldati nazisti si avvicinavano, coprendo così il pianto dei bambini.

Fuori dal ghetto, la Sendler forniva ai bambini dei falsi documenti con nomi cristiani, e li portava nella campagna, dove li affidava a famiglie cristiane, oppure in alcuni conventi cattolici come quello delle Piccole Ancelle dell’Immacolata a Turkowice e Chotomów. Altri bambini vennero affidati direttamente a preti cattolici che li nascondevano nelle case canoniche. Come lei stessa ricordava Irena Sendler annotò i veri nomi dei bambini accanto a quelli falsi e seppellì gli elenchi dentro bottiglie e vasetti di marmellata sotto un albero del suo giardino, nella speranza di poter un giorno riconsegnare i bambini ai loro genitori.

Avrei potuto fare di più. Questo rimpianto non mi lascia mai.

Nell’ottobre 1943 la Sendler venne arrestata dalla Gestapo: fu sottoposta a pesanti torture (le vennero fratturate le gambe, tanto che rimase inferma a vita), ma non rivelò il proprio segreto. Condannata a morte, venne salvata dalla rete della resistenza polacca attraverso l’organizzazione clandestina Żegota, che riuscì a corrompere con denaro i soldati tedeschi che avrebbero dovuto condurla all’esecuzione. Il suo nome venne così registrato insieme con quello dei giustiziati, e per i mesi rimanenti della guerra visse nell’anonimato, continuando però a organizzare i tentativi di salvataggio di bambini ebrei.

Nel 1965, Irena Sendler venne riconosciuta dallo Yad Vashem di Gerusalemme come una dei Giusti tra le nazioni. Soltanto in quell’occasione il governo comunista le diede il permesso di viaggiare all’estero, per ricevere il riconoscimento in Israele.

Storie della buonanotte per bambine ribelli di Elena Favilli e Francesca Cavallo_Irena Sendler

Irena Sendler

Varsavia, 15 febbraio 1910
Varsavia, 12 maggio 2008

Storie della buonanotte per bambine ribelli di Elena Favilli e Francesca Cavallo _Irena Sendler in a nurses outfit during

Irena Sendler

Chiara Gamberale [INCONTRO/17]

Chiara Gamberale [INCONTRO/17]

“E chi saresti tu?” chiese Qualcosa di Troppo.
“Io? Ma se mi stavi chiamando! Chi saresti tu, invece, che ti sei permessa di disturbare la cosa importantissima che non stavo facendo?”
“Come si fa a NON fare un cosa importantissima?”

Qualcosa è la sua nuova avventura, anche dal punto di vista formale e stilistico. Come è nata?

Io cambio sempre. Quello che non cambia sono le mie ossessioni. Tutti i libri di un autore si parlano. Ed è quello che io cerco in uno scrittore. Non mi fido di chi prima scrive un giallo, poi un romanzo d’amore e poi prova con l’auto-fiction: ma qual è la sua vera urgenza? Senza dubbio la mia narrativa ruota attorno ad alcune paure e ogni mio libro è il tentativo di affrontarle da un punto di vista diverso per ricavarne nuove verità.

Ha scelto una forma inedita contaminata con le illustrazioni…

Fin dall’adolescenza coltivavo il desiderio di scrivere qualcosa alla Calvino, un universo completamente immaginato da me, in cui potessi inserire le mie domande. Dopo di che mi sono detta che sarebbe stato bello dialogare con un illustratore. Mi ero innamorata di Tuono Pettinato, della sua vena poetica, grazie a una raccolta in cui c’era anche Zerocalcare. Poi l’ho ritrovato su Internazionale e leggendo Nevermind sulla vita di Kurt Cobain, mi ha davvero strappato il cuore. Così l’ho chiamato e lui si è messo a disposizione. È un vero artista.

Come si è articolata la vostra collaborazione?

Ho iniziato a scrivere pensando alle illustrazioni. Gli ho consegnato il testo e lui l’ha corredato, ma non si è limitato a seguire le mie indicazioni. Essendo anche un autore, ha risposto ad alcune sollecitazioni e ad altre no, per cui è iniziato un dialogo. La scrittura a sua volta si è sintonizzata sulle sue proposte. Ne è venuto fuori qualcosa che, nonostante sia ambientato in un regno che non c’è, affronta problemi umani troppo umani.

In Qualcosa si percepisce la volontà di andare all’essenza, al cuore di quelli che sono i personaggi dei suoi romanzi, a partire dai nomi. Forse l’operazione più difficile per uno scrittore: avere la profondità di un classico, un senso di universalità.

È vero ed è stato faticosissimo perché io ho la testa piena di parole e di pensieri. Mi sveglio la mattina con un’orchestra stonata nella testa. Ho lavorato molto per raggiungere una scrittura che avesse a che fare col classico, cioè con qualcosa in grado di restare. Per questo pensavo a Calvino, a Saint-Exupéry. Non a caso nell’edizione Feltrinelli ho curato la prefazione. E poi Pinocchio: lo adoro. In un corso molto interessante di psicanalisi e letteratura con Stefano Ferrari, si sottolineava quanto lo stile sia terapeutico per l’umore. Per me che sono un tipo ansioso, racchiudere tutta la mia urgenza in uno stile che abbia poche parole e pochi nomi è stata una grandissima sfida dal punto di vista letterario. La protagonista si chiama Qualcosa di Troppo, suo padre il re, Qualcosa di Importante. Solo col loro nome ti ho già detto chi sono.

Uno stile molto diverso da quello di Adesso, il suo precedente romanzo…

Sì, venivo da un testo nevrotico come Adesso, un romanzo sul momento, su cosa diventiamo in un attimo fatale e la scrittura era a servizio di quella brachicardia. E invece Qualcosa è un romanzo su che cosa siamo oggi e sempre’ e la scrittura doveva mettersi a servizio di questo respiro.

In Qualcosa affronta anche il tema della necessità di disconnettersi da una società dove il maggior passatempo dei ragazzi è tuffarsi in Smorfialibro, alias Facebook. Quanto è importante oggi riappropriarsi di sé a prescindere dal sé virtuale?

“Rispondo con questo (e ci mostra il suo cellulare modello basic). Perfino io che non possiedo uno smartphone e cerco di difendermi da questi strumenti, non sono stata indenne dal caderci. Può succedere in tanti modi, persino senza accorgersene. Essendo una persona compulsiva mi sono tenuta a distanza dai social network. Eppure, come raccontavo qualche mese fa in un pezzo per La Stampa ci sono cascata anch’io. Credo in generale sia un problema enorme”.

E questo disagio emerge nel libro.

Sì, in questo romanzo, che è sui nostri sempiterni impedimenti, l’amore e la morte, c’è qualcosa che, a proposito di pieno e di vuoto, ha a che fare proprio con l’oggi, cioè i social network. Questo è un mondo in cui paradossalmente la società sembra venirci incontro rispetto al vuoto. In realtà ci sta dando solo dei falsi amici, dei tranelli. Quante persone dopo la fine di una relazione studiano il profilo Facebook dell’ex partner? Come se si potesse davvero capire qualcosa di una persona da lì. E il rischio è quello che arrivi a convincerti che la tua stessa identità sia quella del tuo profilo virtuale. E cosa accade nei due momenti cruciali della vita, quando muore qualcuno di caro o ci si innamora, nei momenti dunque dei grandi dolori e delle grandi felicità? Se non ti conosci, sono esperienze che ti frantumano e non possono nemmeno arricchirti. Spero di aver dato un allarme con questo romanzo. Senza comunque dimenticare l’ironia.

Una delle soluzioni proposte dal libro può essere quella del silenzio come suggerisce il Cavalier Niente. Oppure, come scriveva in quell’articolo che menzionava, “regalatevi Proust e vi toglierete le ansie del web”. A proposito di tempo perduto e ritrovato…

Esatto. Ero caduta nel vortice del controllare ossessivamente cosa la gente scrivesse di me sul web. Sentivo che c’era un pericolo e mi sono curata con Proust, aiutata dal fatto che la mia vita è divisa in due: quella in cui scrivo in isole fuori dal mondo e anche dalla gente, in cui la connessione funziona malissimo; e quello in cui sono in Italia con le mie relazioni e le mie presentazioni. Il mio rischio è quello di essere sommersa dagli altri, come in un movimento di sistole e diastole, niente o troppo. Ho approfittato questa estate, quando sono stata nell’isola di Milos per scrivere Qualcosa, per iniziare la mia terapia d’urto: leggere i sette volumi della Recherche.

Cosa la spaventa in particolare?

Da piccola passavo ore intere del pomeriggio dal portiere. I miei lavoravano entrambi. E in quei pomeriggi mi annoiavo, avevo paura, mi concentravo. Provavo insomma sentimenti, anche negativi, ma di cui tutti abbiamo bisogno. Ed è nella guardiola di quel portiere che ho scritto il mio primo romanzo. Avevo 7 anni e mezzo: Chiara e Riky e Chiara e Riky crescono, influenzata palesemente da Piccole Donne. A volte mi chiedo: se fossi nata oggi, sarei riuscita a concentrarmi così tanto da iniziare a scrivere? Oppure sarei stata distratta da tutto questo ‘troppo’ che ci circonda? Ecco perché ho scritto questo romanzo in due direzioni, cioè guardando dentro l’essere umano, che è fatto così, e poi all’esterno, con questa società che non lo aiuta. Apparentemente sembra farlo, ma in realtà lo mette più a rischio.

Un messaggio trasversale, ma che può essere ancora più incisivo per i ragazzi. E non è un caso che il ricavato di questo libro andrà a Casa Oz, l’associazione che si occupa dei bambini che incontrano la malattia e delle loro famiglie.

Era la cosa giusta. Da un anno, quando vengo chiamata dalle scuole, anziché presentare il mio libro, vado a fare educazione sentimentale. Penso che noi scrittori abbiamo una missione, politica e culturale. Quindi faccio spegnere loro il cellulare per quelle tre ore, pretendo che abbiano letto il libro – anche tramite fotocopie, non è un problema – ma è necessario, altrimenti risulta una perdita di tempo. E poi giochiamo con i temi del libro. Con Adesso abbiamo fatto un laboratorio sulle paure e sui desideri. Son emersi gli spunti più disparati. Con Qualcosa mi potrò sbizzarrire con un nuovo laboratorio sul vuoto e su come lo si può riempire.

I suoi libri hanno sempre un risvolto pragmatico. Pensiamo a Per dieci minuti, al curriculum sentimentale in Adesso, alle parole illustrate di Qualcosa che sono un autentico monito…

Sono la mia prima paziente. Mi ha fatto sorridere sentire un prete dirmi che in confessione invitava i suoi fedeli a recitare tre Ave Maria e a leggere Per dieci minuti. Ormai è entrato nelle terapie psicanalitiche. È un libro che ha superato i confini della letteratura ed è entrato nella vita vera.

Perché secondo lei?

Perché i lettori hanno sentito che c’era un’esperienza vera dentro. Io l’avevo provato per tutti. Non avevo deciso di scriverne un libro, ma il decimo giorno di quell’esperimento mi sono detta: ‘I lettori hanno condiviso con me tanti loro guai; per una volta ecco una soluzione’.
Chiara Gamberale_Autore
Qualcosa di Chiara Gamberale

CASA PLUTONE: Focus On. Golden Son

CASA PLUTONE: Focus On. Golden Son

L’istituto è una scuola d’élite in cui sono ammessi solo i migliori Oro, scelti molto attentamente attraverso test fisici e mentali. Il numero degli studenti ammessi viene successivamente dimezzato durante il “Passaggio“: una pratica sanguinaria in cui due studenti si trovano a combattere l’uno contro l’altro per la vittoria – o ti arrendi o muori.

Casa Plutone è una tra le più misteriose.

Senza stendardo e con pochi nomi, fa parte di quelle cose misteriose che non ci è dato sapere.

Non conosciamo la maggior parte degli studenti e per quelli che vediamo, fanno comunque un’apparizione fugace.

Conosciamo i “Boneriders” ma non sappiamo da chi sia formato questo gruppo di guerrieri d’élite che seguono una delle figure più misteriose di Casa Plutone.

Tra i vari partecipanti, incontriamo Lilath au Falthe.

Giovane ragazza non particolarmente bella, si è distinta per la particolarità di metter delle ossa tra i capelli (tinti di nero) e per la sua freddezza. Trova molto divertenti gli atti di crudeltà e non si risparmia nulla.

Sui vari siti e direttamente su internet, non sono presenti foto e disegni di questo personaggio. Avendo letto Red Rising e Golden Son, vi posso assicurare che non ci perdiamo assolutamente nulla.

Adrius au Augustus, in arte, Lo Sciacallo.

Figlio di Nero au Augustus e fratello (gemello) di Virginia au Augustus.

Impenetrabile nella sua indolenza. La faccia comune. Occhi come monete levigate, consumate. I capelli colore della sabbia del deserto. L’unica mano rigira tra le dita uno stilo d’argento, come un insetto che guizzi su un terreno devastato, crepa dopo crepa.

Non lo si vede per gran parte del primo libro. Si vocifera della sua presenza ma non sappiamo chi sia in verità.

Quando Darrow lo incontra per la prima volta, la fama lo precede perché il soprannome Sciacallo non è stato dato a caso. Dicono che per sopravvivere, abbia mangiato alcuni dei suoi compagni.

Sicuramente è uno dei personaggi più complicati e difficili dell’intera trilogia o più semplicemente, quello che suscita più compassione perché da arma invincibile del padre, viene poi abbandonato per Darrow.

Anche dopo il duro colpo, cercherà sempre l’approvazione del padre. Quantomeno, fino alla fine di Golden Son.

Golden Son. Il segreto di Darrow di Pierce Brown_Mappa
Golden Son. Il segreto di Darrow di Pierce Brown_Adrius au Augustus. Lo Sciacallo

Adrius au Augustus
In arte, Lo Sciacallo

Dal film al romanzo. Tomb Raider – I diecimila immortali

Dal film al romanzo. Tomb Raider – I diecimila immortali

Gioia o Dolore?

Sono cresciuta con mia madre che giocava a Tomb Raider sulla playstation 1. Ho passato anni a ingabbiare il povero maggiordomo e tentando di finire il gioco.

Invano.

Poi sono arrivati i due film con una Lara Croft da urlo interpretata da quel tronco di gnocca di Angelina Jolie. Scusate l’espressione ma la trovavo meravigliosa e ancora oggi, dopo quindici anni, lo credo ancora.

Dicevo.

La donna che io ricordo, era forte ed affascinante.

Intelligente e matura ma anche spericolata ed avventuriera.

L’icona perfetta per delle giovani bambine che sognavano di vivere delle vere e proprie avventure come protagoniste e non come parte dell’arredamento.

Quando qualche mese fa ho visto che sarebbe uscito un libro su di Lei. Gioia.

Non ho saputo resiste e questo blogtour era l’occasione perfetta per poterlo leggere, rivangando meravigliosi ricordi.

La Lara Croft del libro è giovane e al momento, in “ferie”. Dopo aver finito uno scavo archeologico, si prende del tempo per dimenticare quello che è veramente successo a Yamatai e per combattere gli attacchi di panico che la perseguitano ad ogni rumore improvviso.

Già dalle prime pagine, ho capito che il mio ricordo di Lara nei film avrebbe fatto a cazzotti con quella letteraria.

Chiariamoci, il libro mi è piaciuto ma il personaggio mi è indigesto.

Lara è una ciuciapocce.

No, tranquilli, non è un insulto in greco antico. Semplicemente i due personaggi cozzano e preferisco quella che ho imparato ad amare con Angelina.

So che la storia che ci viene raccontata si piazza, cronologicamente parlando, tra due giochi (Tomb Raider del 2013 e Rise of the Tomb Raider del 2015) e oggettivamente io non ricordo il carattere di Lara su quel frangente ma l’ho trovata molto insicura e largamente immatura.

Capisco che sia comunque giovane ma alcuni modi di fare si discostano dal film e anche banalmente parlando, il modo in cui vive è diverso rispetto al film. Per esempio, vive in un appartamento con la sua amica Sam, mentre nei film vive in una residenza che ancora oggi sogno insieme a quel povero disgraziato del Maggiordomo (che nel gioco veniva immancabilmente chiuso nella ghiacciaia mentre nel film tentava inutilmente di addomesticare Lara e doveva pulire tutto ciò che distruggeva).

Da un lato posso capire la differenza tra il vedere una storia e leggerla ma dall’altro, veramente… ho in mente un personaggio molto più forte.

Vista da fuori, probabilmente sembrerebbe una “ragazza cazzuta” ma il pregio di poter leggere i suoi pensieri in questo caso si trasforma in difetto.

Se nei film, vediamo solo le sue azioni e ascoltiamo le sue parole, nel libro veniamo a conoscenza di tutte le pippe mentali e queste, fan si che si perda parte del fascino.

Ora però fatemi chiarire una cosa.

Il libro l’ho trovato interessante anche se si piazza tra due giochi. Non è una palla e scorre liscio.

Se non avessi in mente i film, probabilmente avrei apprezzato di più il personaggio. Mi rendo conto che è una fisima tutta mia…

In definitiva però, continuo a preferire i film!

Tomb Raider. I diecimila immortali di Dan Abnett e Nik Vincent_Angelina in Lara Croft film
Tomb Raider. I diecimila immortali di Dan Abnett e Nik Vincent_Videogioco

Antonella Tomaselli e Massimo Vacchetta [INTERVISTA/16]

Antonella Tomaselli e Massimo Vacchetta [INTERVISTA/16]

Massimo Vacchetta
Buongiorno Massimo, grazie per esser riuscito a ritagliare del tempo per noi. Vorrei iniziare con qualcosa di classico, giusto per prendere un po’ di confidenza. Parlaci un po’ di te.
Vivo in Piemonte, a Novello. Sono un veterinario e quando ho cominciato a lavorare mi son prevalentemente occupato di bovini. Sono da sempre appassionato di natura e animali. Ora gran parte del giorno e della notte la dedico ai ricci, piccoli animali selvatici a rischio di estinzione.
Perché sei diventato un veterinario?
Da ragazzo ero indeciso, volevo fare l’astrofisico, ma mi stuzzicava pure dedicarmi a degli studi d’arte. Però, come si leggerà anche nel libro, prevalse il desiderio di dedicarmi agli animali.
Come mai ti sei dedicato ai ricci?
Proprio per caso. Tutto è cominciato quando ho incontrato Ninna, una riccetta spettinata, che ha mosso qualcosa dentro di me: la compassione. Ninna, inevitabilmente, ha catturato il mio affetto. Mi è stata affidata da un collega: era una cuccioletta di appena 25 grammi, nata da poco e completamente sperduta. Ho fatto il possibile per aiutarla a sopravvivere… All’epoca non sapevo nulla di ricci e ho seguito le indicazioni degli esperti, un po’ il buon senso. Le davo il latte ogni tre ore e tra una “poppata” e l’altra come non innamorarsi di lei? Era bellissima, tenerissima e così indifesa…
Quanto è stato difficile lasciare andare Ninna?
Tantissimo. E’ stata una decisione molto contrastata. Sapevo che ormai era pronta per ritornare in natura e che se la sarebbe cavata, ma non riuscivo a staccarmi. Da una parte mi frenava l’estremo attaccamento a lei, dall’altro un animale selvatico per essere felice deve essere restituito al suo habitat naturale. E io ho scelto la sua felicità. L’ho liberata in un posto bellissimo, che chiamo il «Paradiso», dove avrebbe trovato tutto quello che le serviva. Non l’ho più rivista da allora, ma spero ancora che possa succedere. Chissà…
Cosa vorresti trasmettere al lettore?
La mia passione, il mio entusiasmo, il mio amore per gli animali. In modo che tutti si attivino e tendano una mano per preservare il nostro pianeta. Solo così facendo potremmo salvarci…
Puoi darci qualche consiglio su come trattare i ricci? Io, come sicuramente molti altri, ne trovo alcuni che gironzolano confusi per strada, in periodi dove dovrebbero essere altrove. Come ci si deve comportare?
Se ne vediamo uno di giorno in campo aperto, ha sicuramente bisogno d’aiuto. Se vedete un riccio fermo sulla strada, fermatevi e soccorretelo.
Per informazioni più dettagliate, vi invitiamo qui: 
Facebook Centro Recupero Ricci “La Ninna”
www.lacasadeiricci.org
Raccomando comunque estrema attenzione quando si usano decespugliatori, o quando si bruciano cumuli di rami e foglie in giardino. Inoltre esorto a non usare veleni in agricoltura. Preservare le aree naturali intorno a noi è di fondamentale importanza per la sopravvivenza dei ricci.
Com’è nata l’idea di aprire “La casa dei ricci”?
Per me è stato un percorso inevitabile: mi sono talmente appassionato, tramite Ninna, che ho sentito il bisogno di fare qualcosa per i ricci e per tutta la natura.
Antonella Tomaselli
Buongiorno Antonella, grazie per averci concesso il tempo per questa intervista. Vuoi parlarci un po’ di te?
Sono bergamasca, ma da qualche anno a questa parte vivo quasi sempre in Liguria. In famiglia siamo in tre: io, mio marito e nostro figlio. Più quattro yorkshire terrier. Più il nostro gatto, che non è nostro, ma che ha deciso di “adottarci” 
Questo non è il tuo primo libro. Cosa ti ha spinto a parlare di ricci?
Scrivo storie vere per “Confidenze tra amiche” e ho conosciuto Massimo, il protagonista del libro, quando ho scritto la sua storia per il giornale. Mi piace scrivere di vari argomenti, ma adoro raccontare di animali e di natura: sono la mia passione.
Vedo che i diritti del tuo libro precedente sono stati destinati in beneficenza. Da dove nasce quest’idea di scrivere per aiutare chi ne ha bisogno?
Penso che se ogni persona facesse qualcosa per aiutare gli altri, il mondo sarebbe migliore. Cito una frase del libro “25 grammi di felicità”: “Se ognuno facesse la propria parte le gocce nel mare formerebbero, insieme, oceani e cieli”.
Collaboro con ioleggoconjoy.com, un blog letterario no profit, dalla parte degli animali, che accoglie scritti e pubblica libri a sostegno di associazioni che operano per i diritti degli esseri viventi più deboli (umani compresi). Il mio libro precedente è appunto stato pubblicato da ioleggoconjoy.
Cosa pensi di Ninna e di tutti i suoi fratelli?
Mentre scrivevo di lei e degli altri mi ci sono affezionata tantissimo. Me li vedevo proprio mentre vivevano le loro storie. Sono così teneri e indifesi! Irresistibili! Mi sono commossa per ogni liberazione in natura. 
Cosa vorresti trasmettere a tutti i lettori che leggono e leggeranno “25 grammi di felicità”?
Mi è piaciuto scrivere di Massimo e dei suoi riccetti, io e lui siamo ben sintonizzati e avvertiamo le stesse emozioni. E sono proprio queste ultime che ho cercato di trasmettere. Nel libro ci sono brani molto toccanti e altri, al contrario, divertenti, ma da tutti traspaiono sentimenti buoni e delicati. Ecco, spero che queste sensazioni arrivino a chi legge e leggerà. Insieme all’attenzione, all’amore e al rispetto per questi affascinanti ricci, e per tutta la natura che ci circonda. 
25 grammi di felicità di Massimo Vacchetta e Antonella Tomaselli

Licia Troisi [INTERVISTA/16]

Licia Troisi [INTERVISTA/16]

Buongiorno Licia, grazie per esserti resa disponibile!
Partiamo con qualcosa di semplice? Cosa fai nella vita oltre a scrivere?
Un sacco di cose :P. Sono una moglie e una mamma, principalmente, ma sono anche un’appassionata di serie televisive e fumetti, una fortissima lettrice, faccio dolci che provo a decorare col cake design, faccio origami…ho molte passioni, a volte penso un po’ troppe :P.
Oltre a scrivere, leggi? Quali sono i tuoi libri preferiti? 
Sì, leggo moltissimo, senza leggere non potrei fare questo mestiere. Non ho un genere di libro preferito, leggo di tutto, dalla narrativa alla saggistica, e il fantasy è solo una parte, neppure maggioritaria, di quel che leggo. Il mio libro preferito è Il Nome della Rosa, che leggo una volta l’anno, in genere nel periodo di Natale, e, nel fantasy, adoro Jonathan Stroud. La sua serie Lockwood & co. mi sta appassionando tantissimo.
Quante storie hai messo da parte, prima di capire che era arrivato il momento di pubblicare?
Molte, ma sono rimaste tutte nella mia testa; per me la scrittura è stata una prosecuzione del gioco. Da bambina inventavo un sacco di storie, in genere ispirate a film e cartoni animati. Quando sono cresciuta, ho preso l’abitudine di raccontarmele la sera, a letto, per conciliarmi il sonno. Notte dopo notte le arricchivo e sviluppavo la trama. Nessuna di queste storie, però, mi ha mai convinta a sedermi alla scrivania e farne un libro. In compenso, ho scritto tantissimo diario e parecchi racconti.
Cosa ti ha spinto a scegliere proprio quella storia? 
Perché mi appassionava moltissimo e mi faceva sentire sicura: la mia paura maggiore, quando inventavo una storia, era non saperne abbastanza per scriverne. Col Mondo Emerso, invece, ero io la padrona di ogni aspetto: non solo la storia, ma anche il mondo era di mia invenzione, e nessuno poteva saperne più di me. Col senno di poi, non era una cosa poi così vera, ma mi ha dato la spinta che mi serviva a trovare coraggio e iniziare a scrivere un libro.
Quando hai pubblicato il tuo primo libro, come ti sei sentita?
La sensazione di irrealtà è stata preponderante dal momento in cui mi ha telefonato la Mondadori per dirmi che era interessata alla pubblicazione del libro a quello in cui ho visto Nihal della Terra del Vento sullo scaffale, in libreria. A volte, mi sembra ancora tutto un po’ irreale, e sono passati tredici anni :P. Poi, certo, c’è stata la soddisfazione, ma mi sono sempre concentrata più che altro sul mio lavoro, cercando di migliorarmi e di pensare sempre al libro successivo.
Ti saresti mai aspettata tutto questo successo? 
Assolutamente no. Quando ho mandato il libro, alla Mondadori e a una piccola casa editrice a pagamento romana (ma io all’epoca non sapevo fosse a pagamento…) non pensavo neppure che sarei arrivata alla pubblicazione. È stata tutta una sorpresa, per certi versi lo è ancora.
Com’è la tua vita ora? Le persone ti fermano per strada? 
Solo a Lucca durante la fiera del fumetto. Lì, in effetti, per usare un termine scientifico, il mio cammino libero medio è brevissimo: faccio trenta metri e qualcuno mi riconosce. In generale, invece, è raro che la gente mi riconosca per strada. È successo qualche volta, ma non posso dire che sia proprio una cosa frequente, e, tutto sommato, è anche meglio così: mi piace essere un po’ invisibile quando vado in giro.
Com’è stato vedere per la prima volta i disegni di Paolo Barbieri? È riuscito a immortalare bene l’idea che ti eri fatta dei tuoi personaggi? 
È stato uno di quei momenti in cui ho capito che la faccenda si stava facendo seria. Ricordo che la casa editrice mi mandò una prima versione della Nihal sulla copertina di Nihal della Terra del Vento, senza elmo, e io iniziai a girare l’Osservatorio Astronomico di Roma, dove stavo facendo la tesi di laurea, per farla vedere un po’ a tutti. Se abbia interpretato o meno la mia idea dei personaggi credo sia ininfluente: è giusto, e anzi mi fa molto piacere, che un artista metta del proprio nella rappresentazione anche di creazioni altrui. Sono sue interpretazioni, e le trovo particolarmente efficaci, soprattutto per quel che riguarda le copertine dei libri.
Com’è stato vedere per la prima volta una cosplayer tratto da un tuo libro? 
Meraviglioso. Ho fatto cosplay, e una volta l’anno, a Lucca, continuo a indossare per un giorno l’armatura. Quest’anno ho a lungo accarezzato l’idea di fare il cosplay della Cersei dell’ultima puntata della sesta stagione de Il Trono di Spade. So cosa spinge a scegliere un certo personaggio, e come ci si sente a indossarne le vesti. Credo non esista soddisfazione maggiore, per chi fa cultura pop come me, che vedere qualcuno fare il cosplay di un proprio personaggio. Per esempio quest’anno Valentino Notari, un noto cosplayer italiano che ho conosciuto nei panni di Sennar, farà un cospaly di Saiph, e io non vedo l’ora di vederlo.
Quando inizi a scrivere una nuova storia, conosci già il finale? Oppure è una scoperta anche per te?
Sì, il finale devo conoscerlo, e raramente cambia in corso d’opera; posso modificare qualche snodo di trama, ma i punti centrali della narrazione devo conoscerli per bene. Credo che una storia sia un viaggio, in cui il lettore è accompagnato da una guida, che è lo scrittore; per questo devo sempre sapere a che punto sono e dove voglio arrivare.
Come ti senti una volta arrivata alla fine di una saga?
Soddisfatta, ma anche triste. Finire qualcosa fa sempre piacere, è il compimento di un lavoro che spesso dura anni, ma fa sempre un po’ male lasciare personaggi con cui si è convissuto così a lungo. Mi è capitato per esempio quando ho chiuso La Ragazza Drago: Sofia e gli altri erano stati con me per cinque anni, è stata dura dir loro addio. Al tempo stesso, ero contenta del risultato, e felice di essere riuscita a portare a compimento una storia così lunga.
Come nascono le tue idee per i libri? 
Dalla vita di tutti i giorni. Più passa il tempo più penso che il raccontare storie sia un mio modo di essere: io guardo alla realtà in questo modo, tutto, per me, può essere spunto per una storia. In genere racconto questo aneddoto: una sera ero sul treno, era inverno, ero molto stanca, e tornavo da non ricordo quale presentazione. A intervalli regolari, mentre me ne stavo a occhi chiusi a cercare di dormire, mi arrivava uno spiffero gelido. Era semplicemente la porta tra i vagoni che si apriva, ma io ho subito iniziato a fantasticare di un fantasma che viveva sul treno e si faceva vivo solo in questo modo.
Quando incominci a scrivere, hai già tutti i dettagli in mente? 
Il maggior numero possibile, sì, ma ovviamente non tutti. So per esempio di cosa tratterà ogni capitolo, ma poi la gran parte dei dettagli veri, quelli che danno corpo e colore alla storia, e la rendono infine divertente da leggere, mi vengono in mente sul momento. 
Cosa ne pensi dell’auto pubblicazione? 
Credo possa essere un buon modo per farsi conoscere. Io però penso che il ruolo dell’editore, o meglio ancora dell’editor, resti comunque fondamentale: il confronto con una figura professionale che ti fa crescere come autore, ti aiuta a correggere e in qualche modo far uscire dal guscio il tuo libro è sempre stata per me indispensabile, e questo è un servizio che ti può dare solo una casa editrice o un’agenzia letteraria. Inoltre, la casa editrice, quando funziona bene, ti dà una visibilità che l’auto pubblicazione non è in grado di darti. 
Svelaci qualche dettaglio del tuo nuovo lavoro. Puoi? 
Uhm…più che altro non so che dire :P. Posso dire che d’inverno, a metà mattina, ho bisogno di una tazza di te; ho il bollitore direttamente in stanza, con un sacco di tè diversi che mi regalano le persone nei loro viaggi. Mi aiuta a staccare e al tempo stesso a concentrarmi. Poi mi distraggo spesso mentre scrivo, lo confesso, ma mi serve; quando mi trovo improvvisamente bloccata su un punto della trama che non riesco a sbrogliare, ho bisogno di staccare completamente: navigo in rete, faccio merenda, faccio una cosa qualsiasi che mi distragga. Quando ritorno sulla pagina, in genere riesco a trovare subito la soluzione. È una cosa che ho imparato dalla mia carriera scientifica: quando sei bloccato, è inutile rimuginare. O chiedi aiuto a qualcuno (e certe volte lo faccio anche coi problemi di trama), oppure stacchi. Le cose vanno viste da un altro punto di vista per poterle risolvere.
Ti piacerebbe vedere i tuoi libri sul grande schermo? 
Beh, certo. Non credo però accadrà mai, o comunque non a breve termine. Le condizioni in Italia e in Europa al momento non ci sono, e io praticamente non sono tradotta per il mercato anglofono. Inoltre, secondo me la grande ondata dei film fantasy si sta esaurendo. C’è ancora posto per le serie tv, e forse è a quelle che dovrei puntare.
Cosa vorresti trasmettere ai lettori? 
Innanzitutto li voglio divertire, appassionare, commuovere, voglio che entrino nelle mie storie e non desiderino uscirne più. E poi voglio che si pongano domande su se stessi e sul mondo, che le mie storie cambino anche solo di un pochino il loro punto di vista sulla vita. 
Licia Troisi_Autore
Le lame di Myra. La saga del Dominio di Licia Troisi