Una giusta causa [FILM]

Una giusta causa [FILM]

Una giusta causa [FILM]

La parola donna non appare una sola volta nella costituzione degli Stati Uniti! Nemmeno la parola libertà!

Ragazzi, ma di cosa vogliamo parlare? 

Questo film andrebbe fatto vedere ovunque, soprattutto nelle scuole, perchè così i giovani potranno rendersi conto che le cose non sono poi tanto cambiate, e che l’indignazione che quasi sicuramente proveranno durante la visione del film, andrebbe usata anche fuori. 

Una giusta causa Ruth Bader Ginsburg

Ruth Bader Ginsburg è una delle prime donne che viene accettata ad Harvard per diventare Avvocato. In un settore fortemente maschilista, dovrà sempre lottare per ottenere ciò che desidera ma non sarà semplice, e sarà costretta a prendere delle decisioni importanti che per una donna pesano il doppio. 

Costretta poi ad accettare un compromesso lavorativo, perchè nessuno studio è disposto ad assumerla, dovrà piegarsi e imparare a far pace con le priorità di un mondo che ancora non è capace di accettarla. 

Non tutto però sembra perduto, dopo anni di rinunce, il tempo del riscatto sembrerebbe arrivato.

Disquisire di una Biografia è un pò sciocco, perchè parliamo di fatti realmente accaduti anche se magari, un pò romanzati.

Quindi, con che coraggio posso dire che io, magari, avrei agito in maniera differente? Che magari, una delle decisioni di Ruth sembra inventata?

Non lo farò, però posso dirvi che mi sono sentita partecipe alla sua storia, che mi sono incazzata come una iena ogni volta che la rifiutavano o quando facevano battute sessiste non per ridere insieme ma per deriderla.

Posso dirvi che ho un pò invidiato l’attrice, perchè Armie Hammer è tanta roba, e vestito di tutto punto è tremendamente spaziale. 

Posso dirvi che mi sono un pò commossa anche per la doppia discriminazione, ovvero quella che un Uomo non può fare le cose che solitamente farebbe una donna. Perchè la mancanza di diritti era (ed è) doppia, non erano solo le donne a dover stare “al loro posto”, ma anche gli uomini non potevano aver certi diritti e vedere com’è andata a finire, con una causa di quel genere, mi ha sollevata e schiacciata allo stesso tempo. 

Una giusta causa Ruth Bader Ginsburg e Armie Hammer

Sono quindi fiera di aver visto questo film, anche perchè il cast è stato veramente ottimo!

Mi hanno detto che le donne sono troppo emotive per fare gli avvocati!

Una giusta causa_Regia di Mimi Leder
INFO

Genere: Drammatico; Biografico

Data: 28/03/2019
Durata: 1 h 32 min
Regia: Mimi Leder
Musiche: Mychael Danna
Distribuzione: Videa

CAST

Felicity Jones
Armie Hammer
Justin Theroux
Sam Waterston
Kathy Bates
Cailee Spaeny
Jack Reynor
Stephen Root
Callum Shoniker
Chris Mulkey
Gary Wentz
Ben Carlson

TRAMA

Ruth Bader Ginsburg, una delle nove donne che nel 1956 viene accettata al corso di legge dell’Università di Harvard e che, nonostante il suo talento, viene rifiutata da tutti gli studi legali solo perchè donna. Sostenuta dall’avvocato progressista Dorothy Kenyon, accetta un controverso caso di discriminazione di genere. Contro il parere di tutti, Ruth vince il il processo che determina un precedente nella storia legale statunitense. Un tributo a una delle figure più influenti del nostro tempo, seconda donna a essere nominata Giudice alla Corte Costituzionale; un tributo a tutte le donne, un invito a non farsi sopraffare da una cultura maschilista.

Una giusta causa_Regia di Mimi Leder - Ruth Bader Ginsburg

Ruth Bader Ginsburg

A Private War [FILM]

A Private War [FILM]

A Private War [FILM]

Marie Colvin era un a giornalista con i contro coglioni.

Non posso iniziare a parlare di questo film, in nessun altro modo.

Non è sicuramente stata l’unica ad aver messo in gioco la sua vita per poterci parlare della vera guerra ma, era indubbiamente una delle poche a spingersi così oltre. Considerando che era una donna in terre particolarmente maschiliste, possiamo anche solo intuire la sua forza.

Iraq, Afghanistan, Libia, Siria… Sono solo alcuni dei posti che ha visitato.

Questa pellicola ripercorre in modo molto veritiero quelli che sono stati i suoi ultimi anni.

Non era facile vivere la sua vita.

I giornalisti che parlano di guerra, prima o poi ne diventano dipendenti e come per ogni “droga”, ci sono effetti collaterali che ad un certo punto, iniziano a corroderti anche all’esterno.

Fumo, Alcol, Incubi.

Marie avrebbe voluto vivere una vita normale ma questo suo desiderio di parlare di verità, la spingeva ad essere sempre in prima linea. Niente relazioni troppo durature, nessuna possibilità di diventare madre ma soprattutto, nessun modo per uscire dagli incubi di morte.

Questa vita sempre al limite, pare una manna ed una condanna.

Sul suo cammino, incontrerà Paul Conroy, un fotografo freelance dalle ottime capacità che la seguirà fino alla fine dei suoi giorni (e che ha seguito le riprese del film, aiutando Jamie Dorman ad impersonare meglio il suo personaggio).

Tra i due si instaurerà una sorta di amicizia che li spingerà a viaggiare insieme perché così, potranno esser più forti.

Lui fotografa il dolore, Lei lo racconta con la scrittura.

A Private War Marie Colvin e Paul Conroy

Non la conoscevo, non sapevo nulla del suo lavoro e della sua vita.

Sono arrivata totalmente impreparata e mi ha emozionato tantissimo. Non tanto lei ma come vive e tratta il dolore altrui. Il modo duro di sbatter in faccia la verità sulla sofferenza e il rispetto della sofferenza delle vittime, la rendevano perfetta per qualsiasi lavoro.

Non era perfetta, non aveva un bellissimo carattere quando doveva rimaner ferma ma insomma, la perfezione non esiste, no? No.

Vi dirò che è un film che andrebbe visto a prescindere, una di quelle visioni che rende un po’ più consapevoli del mondo.

Inoltre, ho rivalutato moltissimo Jamie Dorman.
Anche solo per lui, ne varrebbe la pena e no, non parlo per una questione estetica ma per l’intensità di recitazione. Lui era Paul, era quella spalla fragile e forte che serviva a Marie, che si addolorava per la sofferenza di un genitore che aveva perso il figlio ma che rideva come un bambino quando fregavano alla frontiera i militari con una banalissima tessera della palestra.

A Private War Jamie Dorman

A Private War, che esce il 22 Novembre nelle sale italiane, è mix doloroso e divertente che ne vale.

A private war_Regia di Matthew Heineman
INFO

Genere: Drammatico; Biografico

Data: 22/11/2018
Durata: 1 h 50 min
Regia: Matthew Heineman
Musiche: H. Scott Salinas
Distribuzione: Notorius Pictures

CAST

Rosamund Pike
Jamie Dornan
Tom Hollander
Stanley Tucci
Faye Marsay
Greg Wise
Nikki Amuka-Bird
Corey Johnson
Alexandra Moen
Hilton McRae
Raad Rawi
Fady Elsayed
Jérémie Laheurte
Amanda Drew

TRAMA

Biopic sulla coraggiosa reporter di guerra Marie Colvin, che lavorò per il settimanale britannico The Sunday Times dal 1985 al 2012. Il film racconta il suo intrepido impegno presso i luoghi distrutti dalla guerra, Iraq, Afghanistan e Libia, fino a quando all’età di 56 anni, inviata ad Homs per seguire la guerra in Siria, venne tragicamente uccisa insieme al fotografo francese Rémi Ochlik durante un’offensiva dell’esercito locale.

Green Book [FILM]

Green Book [FILM]

Green Book [FILM]

Verso metà dicembre, ho avuto la possibilità di veder questo film in anteprima e quando sono entrata in sala, non avevo aspettative particolarmente alte. A pelle, la trama non aveva catturato molto la mia attenzione ma come spesso faccio, ho deciso di di provarci comunque.

Mai decisione fu più apprezzata.

Green Book racconta la storia di Tony Lip, un italo-americano molto “rozzo” e terra a terra e Don Shirley, uno dei pianisti jazz più famosi al mondo. I due, vengono da ceti sociali totalmente differenti e per questo, inizialmente c’è molta tensione nell’auto che devono condividere ma il vero problema, è che Don Shirley è un nero e nell’epoca in cui vivono, questo è un GROSSO problema. Tony serve non solo come autista ma anche come “cane da guardia” perchè, puoi essere l’artista più bravo del mondo ma non tutto è concesso.

Quello che più mi ha colpito, oltre alla storia, è il fatto che questa sia realmente accaduta.

Tony Vallelonga e Don Shirley, si conobbero esattamente per quel motivo e crearono nel tempo, un legame che li accompagnò fino alla fine dei loro giorni.

Tony, durante tutto il tempo, faceva fatica a rimaner delle regole imposte ai neri perchè per quanto fosse abbastanza razzista anche lui, aveva un certo limite. Nel film, questa caratteristica viene fuori molto spesso ed è difficile non innamorarsi di lui.

Dal tipico clichè italiano, è un personaggio focoso e d’onore, pronto a non farsi mettere i piedi in testa da nessuno ma sarà proprio Don Shirley a fargli capire che un pò di raffinatezza, non mina assolutamente la sua figura.

Non vinci con la violenza, vinci quando mantieni alta la tua dignità.

Perchè Don è fatto così, pronto ad intraprendere un lungo e difficoltoso viaggio per mostrare alla gente che lui (e quelli come lui), sono persone esattamente come tutti.

Green Book Libro Verde

Il “libro verde” fu pubblica il 1936 e serviva come guida, per tutte le persone nere che volevano fermarsi da qualche parte. I posti riportati, consentivano di viver tranquillamente senza “offendere” i bianchi. Il titolo del film non è scelto a caso.

Una cosa impensabile che metterà a dura prova tutti e due.

Di Don ho apprezzato la forza ma anche la tenerezza di come ha vissuto.

Uscire dal suo guscio è stato un atto di coraggio immenso, che ha sicuramente contagiato altre persone. Ci sono dei passaggi del film, dove capiamo che il suo portamento fermo e pacato è solo un cerone che va ritoccato tutte le sere.

Se per te non sono abbastanza nero e per loro non sono abbastanza bianco allora dimmi chi diavolo sono io!

 Penso che tornerò a vederlo al cinema, portandoci Regia.

Vederlo in lingua è stata una cosa magica (soprattutto le parti in italiano, che non mi aspettavo) ma voglio godermela ancora di più, dato che i due attori, Viggo MortensenMahershala Ali sembrano nati per questi ruoli!

E poi, il finale è così dolce che non può non esser rivisto e condiviso.

Green Book_Regia di Peter Farrelly
INFO

Genere: BiograficoCommediaDrammaticoMusicale

Data: 30/09/2019
Durata: 2 h 16 min
Regia: Peter Farrelly
Musiche: Kris Bowers
Distribuzione: Eagle Pictures

CAST

Viggo Mortensen
Mahershala Ali
Linda Cardellini
Mike Hatton
Don Stark
Sebastian Maniscalco
P. J. Byrne
Brian Stepanek
Iqbal Theba
Dimiter D. Marinov

TRAMA

Green Book, il film diretto da Peter Farrelly, racconta del buttafuori Tony Lip, un italoamericano con un’educazione piuttosto sommaria che nel 1962 venne assunto come autista da Don Shirley, uno dei pianisti jazz più famosi al mondo. Lo scopo? Guidarlo da New York fino agli stati del Sud, in posti dove i diritti civili degli afroamericani sono ben lontani dall’essere legittimamente acquisiti.

Shirley si affida per il viaggio al libro Negro Motorist Green Book: una mappa di motel, ristoranti e pompe di benzina in cui anche gli afroamericani sono ben accolti. Dovendosi confrontare con il razzismo ma anche l’umanità delle persone che incontrano, Lip e Shirley impareranno prima di tutto a conoscersi e rispettarsi a vicenda.

Green Book_Regia di Peter Farrelly - Tony Vallelonga e Don Shirley

Tony Vallelonga e Don Shirley

La signora dello zoo di Varsavia [FILM]

La signora dello zoo di Varsavia [FILM]

La signora dello zoo di Varsavia [FILM]

Giovedì, nelle sale italiane, esce finalmente La signora dello zoo di Varsavia

Dopo quasi un mese dalla visione, posso parlarvi di questo film emozionante e spettacolare. 

Non sono mai stata una grande amante dei film storici e dei film tratti da storie vere. I primi di solito mi annoiano un sacco mentre gli altri, mi angosciano in un modo talmente profondo che poi, mi ci vuole una vita a “riprendermi”. 

Questa storia però, mi ha fatto piacere vederla, perché per quanto mi abbia commosso per ben due ore (e più), trovo che sia una realistica bellezza a metà tra il tragico ed il speranzoso. Ci fa capire la portata dell’amore e del coraggio della gente di tutto il mondo e che anche in un momento buio, non bisogna mai darsi per vinti. 

Jan e Antonina gestiscono uno splendido zoo a Varsavia. Sono mossi da un grande amore verso gli animali e lo si capisce sia dalle persone che lavorano per loro, sia dagli animali che si fidano fino al punto di poterli tenere abbastanza liberi. 

La coppia vive in un angolo di paradiso, fino al giorno in cui le truppe naziste iniziano a bombardare la capitale e lo zoo viene decimato. Quello però, sarà solo l’inizio di un periodo buio. 

Nel 1942, con l’inizio delle deportazioni, Jan e Antonia  vengono messi davanti ad una scelta difficile. Scappare e vivere con la paura alle calcagna oppure, rimanere e tener duro? 

 

Troppo legati al posto dove vivono, decidono di rimanere e mossi dall’amore per la vita, mettono a disposizione degli ebrei casa loro. Il piano è pericoloso, soprattutto perché il loro capo Lutz Heck è molto vicino a Hermann Göring e vuole usare il loro zoo per allevare gli Uri ma, grazie al debole che prova per Antonina, questo dettaglio può girare a loro favore. 

La folle corsa non durerà per sempre e la guerra viene combattuta su ogni fronte e da tutti. 

Lo zoo, riuscirà a sopravvivere, insieme a tutti i suoi occupanti? 

Le sentite le mie lacrime? 

Sentite come scorrono velocemente?

Jessica Chastain, nei panni di Antonina, credo che sia una cosa indescrivibile. Un personaggio delicato, pieno di speranza e amore del prossimo che viene interpretato magistralmente e che coinvolge lo spettatore in modo discreto. 

Il suo personaggio è uno dei più riusciti perché inizialmente parte quasi come una piccola ragazza viziata che vive nel suo mondo fatato ma nel corso della storia, alcune di queste caratteristiche si rivelano utili e poi muta, cresce ma non perde di vista se stessa, anche se è costretta a fare cose che mai avrebbe immaginato di dover fare. 

 

Johan Heldenbergh, che interpreta Jan, è invece una scoperta. 

Non è certo un’uomo bellissimo e prestante ma, possiede dentro di sè un magnetismo che si consolida man mano che il film procede. 

Lui è un marito che ama la sua donna, un’uomo alla mano che ama quello che fa nello zoo ma è anche un’uomo che non può sopportare le ingiustizie. 

Il suo modo di recitare ed il suo modo di trasmettere la sofferenza è quasi poetico, fa venire “il mestolino” a molti ed è difficile non perdonargli lo svarione di gelosia quando capisce che Lutz Heck è invaghito della moglie (caro, tranquillo che anche noi avremmo voluto spellarlo vivo in quella scena… e anche in tante altre!). 

Quello che mi ha più scosso, è il fatto che la storia sia realmente accaduta. 

Chiariamoci, anche se fosse stata inventata avrebbe fatto un certo effetto ma guardare determinate scene e saper della loro veridicità, rende tutto più abominevole e difficile da dimenticare. 

Come la scena in cui Jan, mentre è nel ghetto, vede la giovane Urszula mentre viene portata via da due soldati tedeschi. 

 

C’è anche un’altra scena che mi ha profondamente angosciato ma in questo caso, avevo già avuto modo di star male mentre leggevo “La ragazza dei fiori di vetro”. 

In questo caso, troviamo sempre Jan che raggiunge il Dr. Janusz Korczak sulla banchina mentre sta accompagnando i bambini che cura su un vagone. 

Jan si offre di farlo scappare ma il Dottore, non vuole lasciare soli i bambini e gli chiede una mano per far si che nessuno si spaventi più del dovuto. 

Anche in questo caso, sappiamo che cosa sta per succedere e anche se non vediamo nulla, l’intensità della scena è veramente alle stelle. 

La signora dello zoo di Varsavia Dr. Janusz Korczak
La signora dello zoo di Varsavia_Regia di Niki Caro
INFO

Genere: Drammatico; Biografico

Data: 16/11/2017
Durata: 2 h 07 min
Regia: Niki Caro
Musiche: Harry Gregson-Williams
Distribuzione: M2 Pictures

CAST

Jessica Chastain
Daniel Brühl
Johan Heldenbergh
Val Maloku
Michael McElhatton
Iddo Goldberg
Goran Kostic
Shira Haas
Efrat Dor

TRAMA

Ispirato alla storia vera di Jan e Antonina Zabinski, La signora dello zoo di Varsavia è un racconto di eroismo civile in tempo di guerra, e insieme una dichiarazione d’amore per la natura e gli animali. Sul finire del 1939, le truppe naziste bombardano la capitale polacca, riducendo il famoso zoo a un cumulo di macerie. Il direttore della struttura e sua moglie assistono impotenti all’occupazione del Paese e alla costruzione del ghetto ebraico. Ma con l’inizio delle deportazioni, nel 1942, la coppia si mobilita per nascondere intere famiglie di Ebrei all’interno del giardino zoologico, mascherato da allevamento di maiali. La villa degli Zabinski e le vecchie gabbie ancora intatte diventano un rifugio segreto al riparo dai feroci nazisti. “La casa sotto la folle stella”, com’era chiamato lo zoo al tempo del suo massimo splendore, viene ricordata per aver salvato circa trecento Ebrei dal genocidio.

La signora dello zoo di Varsavia_Regia di Niki Caro - Lutz Heck

Daniel Brühl

La signora dello zoo di Varsavia_Regia di Niki Caro - Jessica Chastain

Jessica Chastain

La signora dello zoo di Varsavia_Regia di Niki Caro - Johan Heldenbergh

Johan Heldenbergh

Irena Sendlerowa. Storie della buonanotte per bambine ribelli

Irena Sendlerowa. Storie della buonanotte per bambine ribelli

Anche quest’anno vogliamo continuare a far emergere figure di donne e di uomini che, coinvolti come tutti noi nella trama della vita, non si sono lasciati travolgere dal senso di impotenza o dall’indifferenza, ma hanno creduto che «una sola persona può portare avanti la storia»  e che qui c’è la «nostra incidenza: incommensurabile, infinita».

Irena Sendler, è stata un’infermiera e assistente sociale polacca, che collaborò con la Resistenza nella Polonia occupata durante la Seconda guerra mondiale. Divenne famosa per avere salvato, insieme con una ventina di altri membri della Resistenza polacca, circa 2.500 bambini ebrei, facendoli uscire di nascosto dal ghetto di Varsavia, fornendo loro falsi documenti e trovando rifugio per loro in case al di fuori del ghetto. 

Irena nacque nella periferia operaia di Varsavia, in una famiglia cattolica polacca di orientamento politico socialista. Il padre, Stanisław, era medico; egli morì di tifo nel febbraio 1917, avendo contratto la malattia mentre assisteva ammalati che altri suoi colleghi si erano rifiutati di curare. Molti di questi ammalati erano ebrei: dopo la sua morte, i responsabili della comunità ebraica di Varsavia si offrirono di pagare gli studi di Irena come segno di riconoscenza. Di confessione cattolica, la ragazza sperimentò fin dall’adolescenza una profonda vicinanza ed empatia con il mondo ebraico. All’università, per esempio, si oppose alla ghettizzazione degli studenti ebrei, e come conseguenza venne sospesa dall’Università di Varsavia per tre anni.

Terminati gli studi, cominciò a lavorare come assistente sociale nelle città di Otwock e Tarczyn.

Nel 1942 entrò nella resistenza polacca, che al suo interno presentava forti contrasti fra la componente nazionalista e cattolica e la componente minoritaria comunista, contrasti che a volte si ripercuotevano anche nelle fasi decisionali. Il movimento clandestino, in prevalenza cattolico, di cui faceva parte la Sendler, la Żegota, incaricò la donna delle operazioni di salvataggio dei bambini ebrei del ghetto.

Come dipendente dei servizi sociali della municipalità, la Sendler ottenne un permesso speciale per entrare nel ghetto alla ricerca di eventuali sintomi di tifo (i tedeschi temevano che una epidemia di tifo avrebbe potuto spargersi anche al di fuori del ghetto stesso). Durante queste visite, la donna portava sui vestiti una Stella di Davide come segno di solidarietà con il popolo ebraico, come pure per non richiamare l’attenzione su di sé.

Irena, il cui nome di battaglia era “Jolanta”, insieme ad altri membri della Resistenza, organizzò così la fuga dei bambini dal ghetto. I bambini più piccoli vennero portati fuori dal Ghetto dentro ambulanze o altri veicoli.

In altre circostanze, la donna si spacciò per un tecnico di condutture idrauliche e fognature: entrata nel ghetto con un furgone, riuscì a portare fuori alcuni neonati nascondendoli nel fondo di una cassa per attrezzi, o alcuni bambini più grandi chiusi in un sacco di juta. Nel retro del furgone, alcune volte aveva tenuto anche un cane addestrato ad abbaiare quando i soldati nazisti si avvicinavano, coprendo così il pianto dei bambini.

Fuori dal ghetto, la Sendler forniva ai bambini dei falsi documenti con nomi cristiani, e li portava nella campagna, dove li affidava a famiglie cristiane, oppure in alcuni conventi cattolici come quello delle Piccole Ancelle dell’Immacolata a Turkowice e Chotomów. Altri bambini vennero affidati direttamente a preti cattolici che li nascondevano nelle case canoniche. Come lei stessa ricordava Irena Sendler annotò i veri nomi dei bambini accanto a quelli falsi e seppellì gli elenchi dentro bottiglie e vasetti di marmellata sotto un albero del suo giardino, nella speranza di poter un giorno riconsegnare i bambini ai loro genitori.

Avrei potuto fare di più. Questo rimpianto non mi lascia mai.

Nell’ottobre 1943 la Sendler venne arrestata dalla Gestapo: fu sottoposta a pesanti torture (le vennero fratturate le gambe, tanto che rimase inferma a vita), ma non rivelò il proprio segreto. Condannata a morte, venne salvata dalla rete della resistenza polacca attraverso l’organizzazione clandestina Żegota, che riuscì a corrompere con denaro i soldati tedeschi che avrebbero dovuto condurla all’esecuzione. Il suo nome venne così registrato insieme con quello dei giustiziati, e per i mesi rimanenti della guerra visse nell’anonimato, continuando però a organizzare i tentativi di salvataggio di bambini ebrei.

Nel 1965, Irena Sendler venne riconosciuta dallo Yad Vashem di Gerusalemme come una dei Giusti tra le nazioni. Soltanto in quell’occasione il governo comunista le diede il permesso di viaggiare all’estero, per ricevere il riconoscimento in Israele.

Storie della buonanotte per bambine ribelli di Elena Favilli e Francesca Cavallo_Irena Sendler

Irena Sendler

Varsavia, 15 febbraio 1910
Varsavia, 12 maggio 2008

Storie della buonanotte per bambine ribelli di Elena Favilli e Francesca Cavallo _Irena Sendler in a nurses outfit during

Irena Sendler