Daniel Speck [INCONTRO/18]

Daniel Speck [INCONTRO/18]

La storia della mia vita era fatta di una serie di separazioni. Ed erano sempre state le donne a prendere in mano il loro destino. I bambini ne pagavano il prezzo.

Volevamo andare lontano racconta una storia comune a tutti, anche a chi non ha vissuto la guerra e ciò che è venuto subito dopo.

Tre generazioni che si raccontano e che dipingono la loro anima attraverso ciò che hanno vissuto. 

Vincent e Giulietta, che si incontrano a Milano per lavoro e subito si crea un’alchimia difficile da ignorare. Vincenzo e la moglie, si sono incontrati e scontrati in un momento particolare della loro vita che ha causato solo la meraviglia di Julia, che da adulta, fiera ed indipendente, insegue il suo sogno di diventare stilista ma che non riesce ancora a far pace con il vuoto che sente nel cuore.

Tutti (o quasi) i personaggi hanno nomi collegati con le auto, come Vincenzo (Vincenzo Lancia pilota automobilistico e imprenditore italiano, fondatore della casa automobilistica Lancia) o Giulietta (Alfa Romeo Giulietta è un’autovettura prodotta dal 1955 al 1966 dall’Alfa Romeo) e poi Julia (Alfa Romeo Giulia (Tipo 105) è un’autovettura prodotta dall’Alfa Romeo dal 1962 al 1977. Nata come erede della “Giulietta”, è stata proposta in numerose varianti di carrozzeria, nelle tipologie berlina, coupé, cabriolet e spider) che essendo il nome della nipote di Giulietta, sembra creato a doc per questa storia. Vincent invece, si scosta poco dalle case automobilistiche ma rimane un’oggetto fatto per spostarsi in comodità ma anche per correre veloci (Vincent Black Shadow è una motocicletta prodotta dalla Vincent dal 1948 al 1955. Con prestazioni molto superiori rispetto alle altre concorrenti dell’epoca, divenne ben presto un mito negli USA). L’idea era di inserire degli elementi un po’ maschili, un po’ duri e concreti, giuso per non cadere nel clichè del romanzo d’amore sempre troppo sdolcinato. 

L’idea di raccontare attraverso anche gli occhi di due donne, non è stato un problema perché essere sceneggiatori aiuta a sviluppare una mente ed una fantasia camaleontica. 

Forse per impersonare una donna devo fare uno sforzo in più, però direi che in loro c’è sempre qualcosa che trovo anche in me. Quando ero un giovane sceneggiatore vivevo come Julia, sacrificando tutto alla mia passione: questi sentimenti non sono solo femminili. Non mi sono sentito un inventore, ma un testimone di una storia vera, come se questi personaggi fossero effettivamente vissuti. 
Incontro molte persone e scrivo tante storie, per cui non mi è poi così difficile mettermi nei panni di una donna.

Per quanto però possa essere una buona scuola, fare il lavoro dello sceneggiatore è anche molto costrittivo e lo scoglio più grande è il budget. 

Io qui scrivo che i personaggi si trovano in piazza del Duomo a Milano, negli anni Cinquanta, ma un produttore cinematografico mi direbbe “Sei pazzo? Duecento comparse, i costumi, le auto d’epoca…” e questa frase tradotta al cinema costerebbe un milione di euro.

Scrivere un romanzo invece, vuol dire non porsi limiti ed è liberatorio poter scrivere senza dover tenere conto dei dettagli su cui il regista invece, non vuole e non può transigere.

Non è comunque facile passare dall’essere uno sceneggiatore ad uno scrittore. 
I modi di raccontare sono completamente diversi e mentre nel primo devi essere molto secco perché poi, sarà l’attore a doverci mettere l’anima, nel secondo bisogna essere più naturali perché non ci sarà nessuno a dare un’anima ai personaggi. 

Non devi descrivere troppo le emozioni. Ci sono romanzi che usano tantissime parole ma in cui non succede niente, e queste storie mi annoiano terribilmente. Forse il linguaggio cinematografico mi ha aiutato a descrivere più le azioni delle emozioni.

Daniel sta comunque lavorando ad un secondo libro, perché questa nuova esperienza gli è piaciuta e pensa di proseguire su questa via ancora per un po’. 
Troveremo ancora una volta una famiglia ma, sarà italiana in Tunisia e racconterà una storia sempre con la ricerca di un tabù famigliare. 

Credo che i tabù siano cose non dette nelle famiglie e che sono più importanti delle cose invece che vengono dette, sono quelli che veramente ci influenzano e questo è un tema che mi interessa molto, ovvero quello della famiglia, delle generazioni esistite prima di noi, quello che grazie a loro abbiamo imparato e a quello che ci lasciano, così come cita la prima frase del libro “La nostra vita non appartiene soltanto a noi. Questa casa che chiamiamo Io e1 abitata da coloro che sono venuti prima di noi. Le loro orme sono impresse nella nostra anima. Le loro storie ci rendono quello che siamo.

Daniel Speck_Autor
Volevamo andare lontano di Daniel Speck

Mirko Zilahy [INCONTRO/18]

Mirko Zilahy [INCONTRO/18]

Gli occhi fanno cilecca, pieni di lacrime e sudore, ma la testa torna lucida man mano che il tempo scorre. Il cuoio che adesso ha sulla faccia aderisce a quello che gli chiude la bocca. Ma questo ha una forma…come una maschera. Sul davanti è allungata, è aperta, quasi fosse…Signore Pietà. …per una bestia. Cristo Pietà. Quattro passi ed eccolo ancora.Signore, Pietà. Non riesce a metterlo a fuoco. Lo sfavillio delle candele deforma le proporzioni dell’ambiente e quella cosa resta in penombra. Ma lui, Frà Girolamo, lo capisce subito. Li scorge lo stesso, li vede scintillare in mezzo a una faccia irreale. Sono gli occhi che lo paralizzano. In quegli occhi c’è qualcosa che non va.

Gli incontri belli, fatti in posti particolari ed accompagnati con una bella birra. 

Mirko Zilahy lo rincorro da un pò di tempo, all’incirca da quando ho avuto modo di conoscere Romano De Marco per l’uscita di “L’uomo di casa“. Quando uno scrittore parla bene di un suo collega, drizzo le antenne e sondo il terreno. 

È così che si uccide, La forma del buio, Così crudele è la fine.
Trilogia che conta 1250 pagine ed è tradotta in tutta Europa (da poco in spagna è uscito il secondo). L’associazione con il destino della Rowling è stato fulmineo perchè anche il suo talento è stato scoperto per caso anche se, le cose sono andate diversamente. 
Era fermo, il lavoro non girava e qualcosa doveva fare così, spinto dalla stanchezza e dall’erosione dei nervi per il futuro, mandò le prime ed uniche 60 pagine scritte ad un’amica che faceva l’agente letteraria. La risposta fu quasi fulminea ma come poteva vendere un libro che oggettivamente, non aveva ancora scritto? Eppure, così successe. 
Con ben 100 pagine, riuscirono a piazzare È così che si uccide. 

Mirko è una sagoma. 
Sicuramente non un’adone ma irradia un certo magnetismo che strega chi lo ascolta. Anche dopo aver tagliato i capelli, anche se sostiene di esser prolisso, conferma che in ogni pagina scritta è stato attento ad ogni dettaglio (motivo per cui è lento nello scrivere ma, glielo concediamo visto i risultati). 

Ed è uno dei motivi per cui mi sono messo a scrivere thriller, perché era il momento di riportare il thriller a una forma che fosse più simile a quella dei maestri che l’hanno inventata.

Una cosa che mi ha particolarmente colpito, è che ascolta. 
Ho incontrato molti Autori e devo ammettere che pochi si interessano veramente dell’opinione di chi è lì per intervistarli. Lui invece, chiede e se provi a deviare su un’argomento differente, non molla. 
Legge anche tutte le recensioni che compaio su Amazon, anche se non è sempre una passeggiata dato che qualcuna, sembra inventata a tavolino. 

Quello che ho percepito, durante l’aperitivo, è che gli piace moltissimo quello che fa. 
Non è una cosa così scontata, alcune persone non danno peso al fatto che stanno presentando un loro libro mentre altre, reagiscono in modo talmente tanto spropositato che risultano finti ma, in questo caso, traspira soddisfazione da ogni parola e anche se in ogni libro lascia un pezzo di sè, anche se parla di morte e oscurità, alla fine gli occhi rivelano tutto. 

Sono grata alla Longanesi per avermi dato la possibilità di incontrarlo e data l’indiscrezione fatta dopo una meravigliosa birra (parliamo di quelle del birrificio di Lambrate, roba di alto spessore), spero di incontrarlo nuovamente per… 

Mirko Zilahy_Autor
Così crudele è la fine di Mirko Zilahy

Federica Bosco [INCONTRO/18]

Federica Bosco [INCONTRO/18]

Il mondo ce l’ha con tutti, basta che tu lo ignori e vada lo stesso per la tua strada, qualunque sia.

Com’è nata l’idea di creare un libro con un tema così delicato?

Sono una persona molto sensibile e questo tratto mi ha creato una grande varietà di problemi quando ero piccola, problemi che venivano risolti con un “falla finita, sei troppo piagnucolona”.
Io vivevo in uno stato di costante allerta, perché l’ipersensibile entra in un ambiente e “sente”. Una specie di sesto senso, molto forte: senti le persone, hai un’empatia esagerata, capisci subito se qualcosa non va e fai tue queste emozioni, oltre a quelle che già possiedi. 

Ci puoi spiegare cos’è l’ipersensibilità?

L’ipersensibilità è stata studiata all’inizio degli anni Ottanta-Novanta quando è stato scoperto che l’intelligenza nell’emisfero destro e in quello sinistro ha una collocazione ben precisa. L’emisfero destro è quello dell’emotività, delle arti; quello sinistro è quello della pragmaticità, del calcolo. L’emisfero del mondo. A seconda di dove hai l’intelligenza sarai più o meno in balia delle tue emozioni.
L’ipersensibile sente tutto prima dal cuore che dal cervello, ciò che sta fuori arriva come uno tsunami di emozioni, qualunque cosa prende un’enorme importanza, non riesce a farsi scivolare addosso nulla. Quindi nell’arco della giornata sono milioni le emozioni che giungono addosso e tutte hanno la stessa importanza.  
Le prime difficoltà arrivano dalla scuola perché il sistema scolastico è strutturato per gli emisferi sinistri per cui si impara a memoria, si ripete, non si da tanto spazio alla creatività e si fanno cose schematiche. Un bambino “altamente sensibile” si trova a seguire sempre le farfalle.
Anche oer mme la scuola è stata un disastro, tanto che alla fine credi anche tu di essere un fallimento perché te lo dicono e perché non vedi i risultati. 

E come puoi farlo diventare un vantaggio?

Vorresti essere come tutti gli altri ma non ce la fa.
Io ci ho provato per molto tempo, ho tentato e ritentato però mi rendevo conto di dover pagare sempre un prezzo troppo alto e allora ho capito che bisogna trattarsi bene, con amore e pazienza.
Quando inizi a prenderti cura di te stesso allora incominci a viverla meglio. 

La scrittura ti ha aiutato a “gestire” meglio la tua super sensibilità?

Non avrei potuto fare altro.
Sono uscita di casa molto giovane e ho fatto un po’ di tutto. Quando arrivavano a darmi delle responsabilità entravo però in conflitto automatico con me stessa. Allora cambiavo tutto. Lasciavo la città, il lavoro con la speranza di trovare un giorno il mio porto sicuro. E per un po’ funzionava, ma poi ricominciava questo dolore sordo perché mi sentivo incapace a differenza degli altri che erano a loro agio. La scrittura è arrivata molto tardi, e per caso durante una delle mie depressioni. L’autogestione che questo lavoro regala, mi ha decisamente salvata.

Quando hai preso coscienza di questo tuo lato?

Solo da pochi anni leggendo per la prima volta Rolph Selling. Realizzai che mi si stava aprendo un mondo che gli anni di analisi non era riuscita a mostrarmi: ho così incominciato a leggere tutto quello che era stato pubblicato e tutto improvvisamente tornava.
Un sospiro di sollievo: non sono fatta male, sono solo divera e soprattutto, non sono sola. 

Federica Bosco_Autor
Mi dicevano che ero troppo sensibile di Federica Bosco

Michela Monti [INTERVISTA/18]

Michela Monti [INTERVISTA/18]

Siamo a metà settimana e come ormai sappiamo, è ora di rispondere sempre alle tre domande ma non solo!
Oggi è anche il giorno in cui possiamo parlare direttamente con Michela e farci svelare qualche dubbio che ovviamente ci è sorto durante la lettura di “8-3500”. Ebbene si, oggi vi proponiamo un’intervista ma senza spoiler!

Come ormai dovreste aver capito, qui troverete solo una parte delle domande. Il resto, sarà possibile leggerlo sul blog di Federica (qui)… Perchè dopo le Citazioni e alcuni Aneddoti, una sana sessione di chiacchiere è quasi d’obbligo.

 

Quanto c’è di te in questa storia?
Tutto. Nel senso che c’è un mondo emotivo spudoratamente mio. Ci sono situazioni che non ho vissuto e reazioni che non avrei avuto, ma è inutile, quando scrivi un libro, anche se non parli di te stesso, passa tutto dal tuo filtro.
Come hai trovato il titolo?
Questo libro prima di tutto è la storia di Melice, ma non volevo dare un titolo semplice come il nome in sé, o troppo lungo, per dare una traccia sulla protagonista. 83500 è lei senza tanti giri di parole. Poi amo Orwell. 
Cosa ti ha spinto a pubblicarlo?
E successivamente a trovare una CE?
La voglia di condividere un obbiettivo. 83500 è la dimostrazione a me stessa che posso farcela. È una cosa mia, e Triskell mi ha aiutata tantissimo. Ha fatto in modo che il mio lavoro vedesse la luce in una forma migliorata sotto tutti i punti di vista, mi ha supportata (con la U e con la O), ha avuto fiducia in me. Ha fatto e fa quello che una casa editrice ho sempre pensato dovesse fare. Anche di più. 
Ti piacciono le calle? 
“… Le calle hanno delle linee pulite, chiare, ma estremamente eleganti. Sono l’unico fiore che conosca ad avere un solo petalo che circonda completamente il pistillo. È poetico, è come il dipinto di un abbraccio.” 
Sì, mi piacciono molto 
A cosa stai lavorando adesso?
Ho ripreso un lavoro che aspetta da qualche anno nel mio pc, poi sto sistemando una trama che mi piacerebbe rendere libro. Il resto sono appunti e caos, come sempre. 
Michela Monti-Autor
83500 di Michela Monti
Michela Monti_Illustrazione per 83500
Sara Rattaro [INCONTRO/17]

Sara Rattaro [INCONTRO/17]

Sara Rattaro [INCONTRO/17]

«Non brevetterò il mio vaccino» annunciò poi, «voglio che tutti possano averne una dose gratuitamente e il prima possibile. Il nazismo ha sterminato la mia famiglia, la mia vendetta sarà salvare i bambini di tutto il mondo.»

Sono finalmente riuscita a rivedere Sara Rattaro. 
Ormai è un anno che seguo le sue pubblicazioni e proprio per questo, ieri ci siamo riviste. “Il cacciatore di sogni” è il suo ultimo lavoro e rispetto al solito, il target è differente. 
Questa nuova storia parla di un ragazzino con un grande sogno, che per caso viene a conoscenza di Albert Bruce Sabin.

Quando le è stata proposta questa avventura, per quanto diversa dal suo solito, non si è lasciata intimorire. 
Da bambina, i suoi Eroi erano spesso persone “normali” e non esseri inventati dalla mente dei grandi. Quindi, ha avuto poche esitazioni su cosa raccontare.

Il 4 luglio 1984, suo nonno, indignato per la troppa attenzione dei Media sul giocatore di calcio Diego Armando Maradona, le racconta chi sia Albert Sabin e, come il suo giovane protagonista, ne rimane affascinata. L’uomo, oltre ad esser stato colui che scoprì un vaccino efficace contro la poliomielite, fu anche una persona normalissima ma quel particolare giorno, nessuno lo riconobbe.

WIKI-Ebreo, nacque nel 1906 nel ghetto di Białystok, una città polacca che all’epoca faceva parte dell’Impero Russo, emigrò negli Stati Uniti nel 1921 con la sua famiglia, dove, nel 1930, acquisì la cittadinanza statunitense. Il padre Jacob, un artigiano, decise di lasciare la Russia anche perché il clima verso gli ebrei era diventato molto pesante, e lo stesso Albert aveva fatto le spese di questo clima; sin dalla nascita Sabin non vedeva dall’occhio destro, e quando era ancora piccolo un coetaneo gli scagliò contro una pietra che per poco non colpì in pieno l’occhio sano, rischiando di accecarlo. La famiglia Sabin si stabilisce a Paterson, nel New Jersey.  

Un ricco parente dei Sabin si offrì di pagare gli studi in medicina al giovane Albert in modo che poi egli potesse andare a lavorare con lui nel suo studio di dentista: così a 20 anni era uno studente modello di odontoiatria alla New York University. Un giorno però Sabin lesse il libro “I cacciatori di microbi” (di Paul de Kruif), e ne rimase affascinato e decise che avrebbe dedicato la sua vita a quello. L’entusiasmo lo portò così a cambiare studi: passò alla facoltà di medicina (sempre a New York), frequentando con passione e successo i corsi di microbiologia. Intanto coltivava la sua passione anche al di fuori dell’università, raccogliendo microbi dovunque capitasse (stagni, polvere, cassonetti della spazzatura, …).

Nel 1931 concluse gli studi conseguendo la laurea in medicina: andò a lavorare presso l’università di Cincinnati, in Ohio, dove sarebbe rimasto 30 anni; dal 1946 venne nominato come capo della Ricerca Pediatrica. Qui, in qualità di assistente del dottor William Hallock Park (celebre per i suoi studi sul vaccino per la difterite), sviluppò ulteriormente il suo interesse per la ricerca medica, in modo particolare nel campo delle malattie infettive. Park divenne mentore del giovane e promettente Sabin, e gli trovò pure una borsa di studio quando il parente dentista si rifiutò di continuare a pagargli gli studi. I suoi studi sulle malattie infettive dell’infanzia lo portarono a fare ricerche su quelle provocate da virus e in particolare sulla poliomielite (o “polio”), che a quei tempi mieteva migliaia di vittime, in particolare su bambini a partire dal secondo anno di vita. La scelta di dedicarsi a questa patologia è comunque da attribuirsi al dottor Park, che, in seguito a un’epidemia di poliomielite a New York convinse il suo giovane microbiologo a riprendere le ricerche su quella malattia (che Sabin aveva già, anche se non approfonditamente, studiato in precedenza)

Grazie all’impegno di Sabis, ad oggi, l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) dichiarerà completamente sradicata da tutto il mondo la poliomielite. Eppure, non gli hanno mai dato il Nobel. Probabilmente perché ha rifiutato di brevettarlo, quindi il fatto di aver reso scontente delle case farmaceutiche deve aver reso scontenti i poteri, probabilmente lo avrà un po’ allontanato da questo Nobel che avrebbe dovuto essere automatico, perché se non lo vinceva lui chi avrebbe dovuto? Però si è preso quaranta lauree ad honoris causa e l’unico premio pecuniario che gli è stato dato è stato un premio italiano, il premio Feltrinelli. È stato l’unico momento in cui gli è stato riconosciuto un premio in denaro, qui in Italia.

Mentre Sara scriveva questo libro, ha avuto la fortuna di scoprire che in Italia esiste un figlio scientifico ancora in vita di Albert Sabin. Lo scopre da una serie di articoli che questo importantissimo medico ha scritto e decide di scrivergli un’email. Lo fa con la convinzione che questo ovviamente non avrebbe mai risposto perché tutti, abbiamo sempre l’idea che le persone importanti non abbiano mai tempo per le persone “comuni”. Invece il Dr. Giulio Tarro, candidato a due premi Nobel, risponde in tempo zero e oltre ad esser contento del progetto, si rende disponibile per qualsiasi cosa.

Il messaggio di Albert Sabin è la generosità. Ormai sembra una cosa quasi obsoleta essere generosi perché la generosità fa molto più bene a noi che agli altri cioè essere generosi è una cosa che arricchisce noi, poi ovviamente anche le persone con cui lo siamo, però è quasi un sentimento meravigliosamente egoistico.

Sicuramente essere una mamma poi ha addolcito molto la mia scrittura negli ultimi anni. 
Negli ultimi tempi però, c’è una grande riscoperta di “ribellioni” vere, quelle che sono realmente accadute ma che non sempre vengono spiegate a scuola. 
“Storie della buonanotte per bambine ribelli” ne è un esempio dato che racchiude le storie di molte donne a loro modo coraggiose ma, non è sicuramente l’unica pubblicazione. Anche “La ragazza dei fiori di vetro”, dove conosciamo Irena ed il suo coraggio e non possiamo dimenticarci di Nelly Bly, che si è fatta rinchiudere dieci giorni in un manicomio per capire veramente cosa succedeva all’interno di quelle strutture “sanitarie”. 

Storie di persone che hanno dato molto ma che spesso, non ricordiamo o che cercano di farci studiare a scuola, senza però appassionare veramente.

In Italia non ci sono i fondi per la ricerca, e di conseguenza non ci sono posti di lavoro. 
Paghiamo questa condizione con la “fuga di cervelli”, di persone che ricevono un’ottima preparazione a livello accademico ma che poi non hanno possibilità lavorative. 
Il problema di fondo, credo, è che la nostra cultura è rivolta al passato, mentre oltreoceano sono quasi totalmente orientati al futuro. Loro forse sanno troppo poco di quando accaduto cent’anni fa, ma noi forse sappiamo fin troppo di quanto accaduto mille anni fa. 
Dobbiamo prendere atto del fatto che molti di coloro che sono ragazzi ora si troveranno a svolgere professioni che ora non esistono. Pensiamo alla stessa realtà dei blog, o dei social media manager che ora sono figure aziendali importantissime. 

Sara Rattaro_Autor
Il cacciatore di sogni di Sara Rattaro